La famiglia da Varano

L’adesione guelfa o ghibellina fornisce giustificazioni ideologiche alle lotte fra i comuni per la supremazia sul territorio; all’interno delle città suggerisce ideali alle inimicizie tra le grandi famiglie, originate da disegni contrapposti di primato. In quest’epoca di lotte e divisioni, in alcuni centri del maceratese hanno modo di affermarsi famiglie che, sovrapponendo gradualmente la loro autorità sulle istituzioni comunali rimaste apparentemente immutate, realizzano un dominio signorile. A Camerino, che nel 1240 era riuscita a strappare un importante privilegio a Sinibaldo de’ Fieschi, rettore della Marca, che legittima recenti e remote occupazioni territoriali, si afferma la famiglia da Varano, originaria del possesso feudale omonimo a pochi chilometri da Camerino. Entra nella vita pubblica con Rodolfo di Gentile che ricopre in città delicati incarichi politici; Rodolfo aveva compiuto studi giuridici e va identificato con uno dei dottori con cui Federico II tenta, nel 1224, o poco dopo, l’apertura dell’Università di Napoli. Una fase iniziale filo imperiale della famiglia sarebbe riscontrabile anche attraverso il figlio Gentile I, anche lui con formazione giuridica e forse non estraneo alla chiamata a podestà di Camerino nel 1256 di Rinaldo di Brunforte, un grosso feudatario e uno dei massimi personaggi del contorno di Federico II. Nel 1259 Camerino viene consegnata con l’inganno da Raniero de’ Baschi alle truppe di Percivalle Doria, generale di Manfredi, che muove da San Severino. Dopo alcuni mesi Gentile raccoglie e guida i concittadini sparsi nelle campagne alla riconquista della città, in parte distrutta, ma ancora presidiata, incoraggia la ricostruzione, accetta ripetutamente la carica di podestà, assume prima per un biennio e poi forse stabilmente la carica di capitano di guerra, con la quale diviene primo responsabile della difesa militare del comune, con ampia possibilità di intervento sugli affari civili in vista del superiore interesse della salvaguardia della patria. Con Gentile, la scelta guelfa della famiglia, e quindi, della città, diviene irrevocabile e sarà vincente. Nel 1355 Rodolfo II da Varano, nominato gonfaloniere della Chiesa, ottiene in feudo le terre di Tolentino e San Ginesio; da notizie successive si apprende che a Camerino, nonostante le apparenze farebbero ritenere intatta l’organizzazione comunale, sono di fatto reggitori i quattro fratelli Rodolfo, Giovanni, Venanzio e Gentile, che pagano la “taglia” imposta alla città, partecipano al parlamento provinciale, all’esercito e alle cavalcate, in altre parole eseguono gli obblighi imposti dalla Sede apostolica alle città soggette. Nell’agosto del 1375 Gentile da Varano paga il censo dovuto dai vicari; il vicariato era un mandato pieno che abilitava i signori, pagando un censo, a governare una terra in rappresentanza del Papa o dell’imperatore. Il Pontificato di Bonifacio IX segna un punto di arrivo per le signorie marchigiane, che ottengono o riottengono, data la temporaneità dell’investitura, la legittimazione piena del vicariato. Dalle testimonianze, appare evidente che il potere signorile, anche perché risultato di una solidarietà familiare, viene esercitato contemporaneamente da più membri della stessa famiglia, cosa che crea problemi di accordo e di rappresentanza esterna unitaria; la partecipazione di più familiari al governo richiama un’altra caratteristica, quella del valore patrimoniale e quindi privatistico del dominio, almeno dal punto di vista dei detentori. I da Varano, che sono riusciti ad assoggettare tanti territori, senza per altro poter giungere a concepire un’unione territoriale e politica prima della costituzione del Ducato, disporanno di città e castelli in loro dominio attraverso donazioni e divisioni successorie: come l’atto di donazione con cui Giovanni nel 1385 cede Macerata al nipote Rodolfo III o la divisione con cui i quattro figli maschi legittimi di quest’ultimo si spartiranno, con esclusione della città, il distretto di Camerino. Né mancano esempi di luoghi retti in via principale, ma non esclusiva, da membri diversi della stessa famiglia. Morti naturali precoci, mancanza di discendenti, fratricidi, congiure di popolo, riducono periodicamente e drasticamente il numero degli aventi diritto e degli aspiranti. La composizione dello scisma d’Occidente segna un momento delicato per le signorie marchigiane; i papi Martino V ed Eugenio IV si prefiggono di riportare al dominio diretto della Chiesa il maggior numero possibile di territori, facendo balenare la cosiddetta libertas ecclesiastica, in particolare un regime meno vessatorio di quello signorile e la possibilità di istituire governi locali ampiamente rappresentativi. La popolazioni, sobillate dal ceto produttivo raccolto nelle arti, percepiscono il disegno politico accentratore e promuovono le condizioni favorevoli per ritornare in grembo alla sede apostolica. Il 1434 segna la fine del dominio dei da Varano su Tolentino: nella Marca imperversa Francesco Sforza, che, nel febbraio di quell’anno, dispone operazioni militari, sotto il comando di Foschino Attendolo, contro Tolentino. Berardo da Varano è ucciso da alcuni tolentinati presso porta S. Catervo mentre incauto, perché senza scorta, ispeziona la mura. La sua morte appare ai camerti una giusta retribuzione per quanto egli, col fratello Gentilpandolfo, aveva tramato l’anno precedente ai danni dei fratelli consanguinei Piergentile e Giovanni. Il 10 ottobre 1434 numerosi congiurati trucidano Gentilpandolfo e i molti figli maschi di Berardo sul punto di entrare nella chiesa di San Domenico al borgo. Camerino, liberata dai da Varano, apre subito le trattative con Eugenio IV e proclama la Repubblica, con la quale giungono al vertice del governo cittadino i capitani delle arti. Quelli che sarebbero dovuti essere anni di libertà trascorrono per Camerino fra guerre e pesanti esborsi a favore di Francesco Sforza. Sul finire del 1443 due adolescenti da Varano, Rodolfo e Giulio Cesare tornano acclamati a Camerino e la dinastia avrà ancora un seguito rigoglioso di vita.

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