La guerra e il dopoguerra a Macerata

Con lo scoppio della “Grande guerra”, il problema dell’intervento animò, non meno che altrove, in Italia e nelle Marche, l’ambiente politico del maceratese. Relativamente al dibattito e allo schieramento delle forze politiche che, tra luglio 1914 e maggio 1915, si attestarono su posizioni interventiste o neutraliste, nell’area di Macerata è da rilevare, quale elemento di diversità rispetto al più ampio contesto regionale e nazionale, il pronto abbracciare la causa interventista da parte liberale. Questo anomalo atteggiamento dei liberali maceratesi trova spiegazione nell’influenza su di esso esercitata dal movimento nazionalista, sorto a Macerata nel 1911, ad opera di Serafino Mazzolini, direttore del locale organo liberale l’Unione. La vivacità della diatriba sviluppatasi tra gli opposti schieramenti neutralisti e interventisti che agitavano l’ambiente politico, è ben documentata dagli incidenti che i neutralisti socialisti provocarono in occasione di una conferenza interventista tenuta in città dal socialista Cesare Battisti, il 20 dicembre del 1915. Deciso l’intervento nel maggio del 1915, le posizioni neutraliste, anche nel maceratese, cioè quella cattolica e quella socialista, tendono a smussarsi: i cattolici si dimostrano fervidi patrioti anche mediante indirizzi al Papa, nei quali si auspica “che l’Italia nostra possa presto allietarsi nella sospirata realizzazione dei propri indiscutibili diritti; dei socialisti, la componente riformista di Lamberto Antolisei aderisce al fascio interventista, l’ala massimalista, che fa capo a Concetto Machella, rimane invece ancorata a rigide posizioni pacifiste. Conclusosi il conflitto mondiale, al quale Macerata sacrifica ben 320 vite dei suoi cittadini, come è testimoniato dalla lapide ubicata nell’atrio del suo municipio, il dopoguerra si annuncia in tutto il Paese come un momento di crisi politica – sociale irreversibile come le sue vicende conclusive confermeranno. Il determinante peso politico che i partiti di massa, quello socialista e il neonato cattolico Partito Popolare di don Luigi Sturzo, assumono nelle elezioni del 1919, i problemi economici scaturiti dalla riconversione industriale e la crisi delle campagne, la smobilitazione e la conseguente disoccupazione, l’eco della bolscevica Rivoluzione d’ottobre e la vittoria mutilata, l’insufficienza rivoluzionaria del partito socialista e l’illegalismo fascista accelerano la fine dello stato liberale già minato dall’esperienza bellica. Le Marche, negli avvenimenti, verificatisi nelle province rosse di Pesaro e soprattutto di Ancona, riflettono la crisi che percorre il paese. Nel capoluogo regionale si verificano moti popolari contro il carovita nel 1919, l’ammutinamento dei bersaglieri della caserma Villarey nel giugno 1920, e, sempre nel ’20, l’occupazione del locale cantiere navale, manifestazione della gravissima crisi economica sulla quale si innesta la sfida marxista alle istituzioni dello Stato liberale. In questo clima, nel contesto di una situazione obiettivamente esplosiva, sul palcoscenico della provincia di Ancona, fa la sua apparizione il fascismo che si propone come “la risposta alla pressione eversiva delle masse”. Nulla di tutto ciò avviene nel maceratese: la sostanziale tenuta delle forze liberali e la brillante affermazione del Partito popolare nelle consultazioni del 1919, confermata in quelle del 1921, attestano, anche nel primo dopoguerra, l’orientamento della provincia al conservatorismo e al desiderio di un moderato rinnovamento non traumatico, né tanto meno eversivo. Né altera il quadro il fatto che la prima apparizione del fascismo nelle Marche avvenga a Camerino, presso la locale Università: il fascio universitario, lì fondato nella primavera del 1919 da Pietro Gorgolini, avrà l’effimera durata di qualche mese. E’ un dato di fatto però che un certo mondo agrario maceratese entra, nel 1921, in collusione con il fascismo marchigiano capitanato da Silvio Gai, contribuendo a sostenerlo con consistenti erogazioni di denaro, così come non priva di significato appare la convocazione, proprio a Macerata, del primo congresso fascista marchigiano – abruzzese, nel quale di parla, guarda caso, di mezzadria. Ciò nondimeno, il fascismo non ha possibilità alcuna di attecchire nella regione, né, a maggiore ragione, nell’area del maceratese: motivi di carattere politico (la lunga tradizione democratica repubblicana e socialista di Ancona e Pesaro, la relativamente più recente, ma altrettanto radicata tradizione politica cattolica di Ascoli Piceno e Macerata) e motivi di ordine storico – ambientale (la mancanza di forti conflitti sociali per la prevalente struttura artigianale delle poche industrie marchigiane e per la presenza, accanto al regime mezzadrile, di una piccola proprietà terriera cui pure il mezzadro, per un ancestrale senso di attaccamento alla terra e alla proprietà, aspira a pervenire legittimamente) conferiscono al fascismo marchigiano un carattere di forzata importazione. Ulteriore, non trascurabile impedimento alla penetrazione del fascismo nella rurale provincia maceratese, almeno prima del suo avvento al potere nel ’22, è con ogni probabilità costituito anche dalla fisionomia esclusivamente cittadina e socialmente piccolo borghese che il movimento di Mussolini assume nelle Marche: aspetti questi verso i quali il mondo rurale, per il secolare retaggio del rapporto città campagna, è psicologicamente diffidente, se non ostile.

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