Insediamenti preistorici nelle Marche

Nelle Marche, le testimonianze più antiche della presenza umana sono rappresentate dagli strumenti e dalle industrie litiche dei gruppi cacciatori e raccoglitori che popolarono la regione del Paleolitico inferiore – medio. Il Paleolitico superiore risulta maggiormente documentato, sia per i numerosi scavi sistematici condotti nei giacimenti di Ponte di Pietra, Fosso Mergaoni, Grotta della Ferrovia, Grotta del Prete, Serravalle di Chienti, che probabilmente per un effettivo maggiore popolamento della regione in tale epoca. I gruppi umani del Paleolitico superiore si sono prevalentemente insediati in grotta, in ripari sotto la roccia, oppure in siti all’aperto (come quello di Madonna dell’Ospedale di Cingoli). Le uniche manifestazioni artistiche per tale periodo sono costituite dal ciottolo decorato con motivi lineari forse riferibili a un sistema di annotazione rinvenuto a Grotta della Ferrovia, nella terra di risulta di scavi clandestini, e dal “Ciottolo di Tolentino” (Museo archeologico nazionale delle Marche, di Ancona). Quest’ultimo, chiaro, ma isolato documento di arte figurativa, presenta motivi incisi su entrambe le facce. Da un lato vi è una figura femminile con testa di animale, seni e triangolo pubico evidenziati, dall’altro il muso di un altro animale e la ramificazione di un corno di cervo. Dopo l’ultima glaciazione wurmiana, intorno ai 10 mila anni fa, con il Mesolitico migliorano le condizioni climatiche e ambientali (ritiro dei ghiacciai), che determinano quindi la necessità di modificare il sistema di vita e lo strumentario. L’unico giacimento marchigiano riferibile a questo periodo è quello di Pievetorina. Secondo le datazioni effettuate, il processo di neolitizzazione si attua nel corso del VI millennio a.C. L’insediamento di Maddalena di Muccia (MC) datato 5.760 – 5.255 a.C. può essere infatti già definito neolitico, sotto tutti gli aspetti, nonostante l’industria litica sia ancora fortemente legata alla tradizione mesolitica. Della coltivazione dei cereali testimoniano sia le accette di pietra levigata, strumento indispensabile insieme con il fuoco per disboscare la terra da coltivare, sia le lamelle si selce con la caratteristica usura traslucida dei margini acquistata tagliando i gambi delle spighe, nonché le macine di pietra usate per triturare i chicchi dei cereali. L’esame dei resti faunistici evidenzia un’economia di tipo misto in cui l’allevamento di animali domestici (maiale, pecora, capra e bove) ha ormai una notevole importanza anche se resta affiancato da un’attività di caccia abbastanza consistente (cervi, caprioli, orsi, cinghiali, gatti selvatici, tassi, puzzole, lepri, etc…) nella quale poteva trovare impiego il cane. Alcuni ami in osso documentano anche l’attività della pesca. Strettamente connesso con l’economia produttiva di tipo neolitico è l’insediamento stabile. Tuttavia, alla Maddalena di Muccia non sono stati trovati resti di strutture abitative; ci sfugge la funzione di numerose cavità scavate nel terreno sterile, l’una accanto all’altra, senza alcun ordine apparente. All’uomo neolitico si deve, inoltre, lo sviluppo della navigazione a vista, che gli consentì di raggiungere isole anche lontane dalla terraferma. Di ciò è testimone tra l’altro l’ossidiana, vetro naturale di formazione vulcanica presente in pochissime isole del Mediterraneo, tra cui Lipari, da dove con ogni probabilità provengono anche le lamelle trovate alla Maddalena.
Santa Maria in Selva è il primo e unico sito neolitico marchigiano di cui conosciamo i tipi di cereali che venivano coltivati. Alcune impronte di cereali nel cosiddetto intonaco di capanna sono infatti state identificate come pertinenti a orzo e frumento. Sempre a Santa Maria in Selva sono stati rinvenuti frammenti di rame che ci confermano la datazione di questa facies al Neolitico finale. La sporadica comparsa del metallo non segna la fine del mondo culturale neolitico, che continua a svilupparsi, prima dell’affermarsi delle culture classiche eneolitiche (Eneolitico, o Età del rame, III millennio a.C.). Di lì a poco, anche le Marche entreranno nell’età dei metalli; lo sviluppo della metallurgia produrrà grandi trasformazioni in campo socio – economico. Per l’Eneolitico, nell’area intorno al Monte Conero, sono conosciuti sepolcreti con tombe per lo più a grotticella artificiale e con oggetti di corredo (per esempio i vasi a fiasco), che trovano confronto soprattutto nella facies tosco – laziale di Rinaldone. La fine del III e tutto il II millennio a. C. corrispondono in Italia all’età del Bronzo: un periodo cruciale della preistoria, in cui la circolazione del metallo, divenuto più comune, comincia ad assumere un peso economico che si riflette sulla struttura della società. Per la prima volta infatti è possibile tramite il metallo accumulare la ricchezza in forma non deperibile; questo fenomeno si era già verificato nel vicino Oriente e in Egeo, portando alla costituzione di organismi centrali di tipo diverso. A partire dal Bronzo medio, l’Italia meridionale viene direttamente in contatto con queste civiltà più evolute, attraverso i traffici micenei. La fase più antica dell’Età del bronzo nelle Marche è ancora poco conosciuta; alcuni siti, come S. Paolina di Filottrano e Moscosi di Cingoli, documentano un livello di vita piuttosto elevato, ancora fondamentalmente imperniato sull’agricoltura integrata con l’allevamento, ma in cui si praticano ormai attività artigianali e semispecializzate, come la tessitura, la lavorazione dell’osso e del corno e probabilmente la metallurgia. In questi stessi centri, peraltro, circolano idee e prodotti terramaricoli, importati dall’area padana, che vengono assorbiti e reinterpretati nelle produzioni locali. Da sottolineare che, nella provincia di Macerata sono presenti Giacimenti di resti faunistici a Serravalle di Chienti, in località Collecurti. La fauna di Collecurti ha un’età di circa 900.000 mila anni e insieme ai rinvenimenti di Olivola, Tasso e Farneta in Toscana e Pietra fitta in Umbria, costituisce un riferimento sicuro per lo studio del paesaggio pleistocenico; il Paleolitico corrisponde geologicamente al Plistocene e occupa l’arco cronologico dalle origini fino alla fine dell’ultima glaciazione, vale a dire fino a circa 10 mila anni da oggi.

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