Il trattato di Tolentino e l’Insorgenza

La prima presenza francese nella provincia maceratese è limitata a poche settimane, dal 10 febbraio al 31 marzo del 1797, quante ne occorrono per le trattative tra Napoleone e la Chiesa – Trattato di Tolentino del 17-19 febbraio 1797 – e per la successiva ratifica. Nei mesi precedenti, dopo la tregua firmata a Bologna, ci si preparava nello Stato pontificio ad abbozzare la resistenza contro l’eventuale invasione delle truppe francesi; nel febbraio del 1797 Napoleone dichiara rotta la tregua firmata a Bologna, batte i pontefici a Faenza, scende a occupare la pur munita Ancona, e il 10 febbraio passa a Macerata, che si è preliminarmente arresa, per timore di saccheggio. Alla fragilità militare e politica dello Stato della Chiesa, fanno riscontro l’orgogliosa sicurezza e la ostentata prepotenza con cui il Bonaparte conduce, da una posizione di forza, le trattative, imponendo onerose condizioni tra cui la rinuncia della Chiesa ad antichi suoi territori e, nello stesso tempo, ponendosi come convinto sostenitore della religione cattolica di cui avverte la ripresa, anche sul piano socio – politico e sulla quale spera di poter contare per i suoi progetti politici. Sulla popolazione grava il mantenimento delle truppe francesi che vanno rifornite di pane, vino, carne, paglia e fieno, legna, carbone. La sollevazione di Cingoli inizia con il recupero violento delle armi depositate, e il 25 febbraio a Cingoli: vari popolani e alcuni contadini uccidono tre “rivoluzionari”, tra cui un commissario per le finanze, che stavano salendo verso la città. Provvisoria in questa fase l’organizzazione amministrativa, tale comunque da annullare le vecchie istituzioni; al mantenimento dell’ordine pubblico deve provvedere la Guardia civica armata. Più organico e moderno il nuovo assetto amministrativo che viene imposto nel 1798 quando le truppe francesi occupano lo Stato Pontificio, procedendo alla creazione della Repubblica romana, comprendente Marche, Umbria e Lazio. Macerata ora è capoluogo del Dipartimento del Musone ed è sede di un Prefetto consolare. La soppressione degli ordini religiosi delle confraternite e di ogni ente ecclesiastico, e l’avocazione dei loro beni allo Stato, eccita la popolazione contro le operazioni dei “miscredenti” francesi e dei loro sostenitori. Del resto a sconvolgere la vita familiare della popolazione, specie di quella rurale, basta la leva militare, a cui si procede per estrazione a sorteggio; alla diserzione in massa di chi non ha potuto sottrarsi all’arruolamento, corrisponde anche l’abbandono del posto di lavoro per i pubblici impiegati, per i professori e i maestri che rifiutano o tentano in qualche modo di evitare di prestare l’imposto giuramento di fedeltà alla Repubblica. Il fenomeno dell’Insorgenza germoglia nel terreno di questo variamente motivato malcontento. La sollevazione popolare scoppia in Abruzzo, in seguito al proclama di Ferdinando IV del 24 novembre 1798 e si estende rapidamente alle Marche. Comandante generale dell’Insorgenza è Giuseppe Lahoz. Scontri e incerte operazioni militari accompagnano la risalita degli Insorgenti dall’ascolano alla provincia di Macerata, per San Ginesio e Caldarola; a capo il Vanni, che si ferma a Belforte per l’intervento del presidio francese di Tolentino e poi, dopo alterne vicende, la conquista con il successivo turbolento saccheggio. Da Macerata si allontanano il 14 giugno le autorità e i personaggi che erano in cattivo aspetto presso il popolo, riparando il Ancona, e nello stesso giorno arrivano gli insorgenti, circa 600, sempre sotto il comando del Vanni. Su Macerata si appunta la stizza dei francesi al fine di arrestare la marcia degli Insorgenti e per punire la popolazione che li sostiene; la città è sottoposta per due volte, il 27 e il 30 giugno, a un insistente, ma inutile cannoneggiamento, finché al terzo tentativo compiuto in forze e con l’appoggio di un più nutrito fuoco, tra il 4 e il 5 luglio, i francesi scardinando le difese, entrano in città, dove si abbandonano al saccheggio e all’uccisione in massa, come quella compiuta nella chiesa della Misericordia; in quel frangente ben 373 persone, di cui 284 maceratesi, perdono la vita. Vengono date alle fiamme le chiese di S. Croce, San Domenico, il convento dei Cappuccini e le abitazioni di chi si era più compromesso con gli insorgenti. A fine mese le truppe francesi, i militi della Cisalpina e quelli del Battaglione del Metauro lasciano Macerata e così termina la Repubblica.

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