Il bombardamento di Macerata

Nel 1994 è stato celebrato il 50° anniversario del tragico bombardamento su Macerata del 3 aprile 1944, ai quali seguirono altri tre bombardamenti del 2 e del 14 giugno 1944 e dell’11 luglio dello stesso anno. Furono i civili inermi a pagare il più grande sacrificio, in quanto non ebbero la possibilità di difendersi, a differenza dei militari; eccezionale fu l’opera dei soccorritori, oltre ai Vigili del Fuoco, agli addetti dell’Unpa (Unione Nazionale Protezione Antiaerea), ai Vigili Urbani e alla Croce Rossa, anche il clero maceratese e i seminaristi svolsero un’opera preziosa, in occasione della tragedia che costò tante vite umane – ci furono 110 morti, tra le vittime anche donne, anziani e bambini – e causò sofferenze e mutilazioni a molte altre persone. In tutto si contarono 200 feriti. Si disse che il bombardamento doveva vendicare i ventisei giovani fucilati a Montalto il 22 marzo, o perfino che servisse a far fuggire i partigiani imprigionati. Ma assai verosimilmente, e più semplicemente, tutto fu dovuto al fatto che il quel periodo il movimento partigiano del maceratese era sottoposto a una forte pressione alla quale bisognava tentare di opporsi, scompaginando il centro politico e militare dal quale essa nasceva. L’incursione fu un’azione con finalità esclusivamente militari, progettata in modo da evitare, per quanto possibile, vittime civili: gli obiettivi nella città furono assegnati al bombardamento mirato dei cacciabombardieri, quello delle “Casermette” (lungo la provinciale 77, il complesso poi ospitò la Saram), allora in aperta campagna, ai bombardieri in quota. Le cose però andarono ben diversamente e gli obiettivi furono in parte mancati. Sino ad allora Macerata aveva vissuto ai margini della guerra, anche se c’erano famiglie in lutto per i loro caduti al fronte; Ancona e Porto Civitanova subivano bombardamenti dei quali si potevano udire i paurosi boati; si sapeva di stragi, fucilazioni e combattimenti in montagna, fra partigiani, tedeschi e fascisti; poi all’improvviso, in venti minuti di schianti di bombe, spari di mitragliatrici e rombo di aerei, che si buttavano in picchiata, la città conobbe il volto più tragico e straziante della guerra, e ne restò annichilita. Il 3 aprile era una giornata fredda con cielo coperto; era lunedì santo. Alle 8.40 dal campo di aviazione di Biferno erano decollati dodici Martin Baltimores dello Squadron 223 della Royal Air Force; dal campo di Cutella erano partiti 12 Curtiss P-40 Kittyhawks IV dello Squadron 250 e 11 Kittyhawks III dello Squadron 112. Tutti i Kittyhawks portavano ciascuno una bomba da mille libbre. Gli aerei si avvicinavano volando sul mare a una quindicina di chilometri dalla costa, per poi virare all’altezza di Porto Sant’Elpidio – Porto Civitanova e dirigersi alla volta di Macerata. I Kittyhawks dello Squadron 112, dopo aver girato sulla zona per una decina di minuti alla quota di 2700 metri per aspettare l’arrivo degli altri aerei, verso le 9.45 attaccarono con direzione sud – nord, mitragliando e sganciando le bombe in affondata da una quota di circa 450 metri. Sei apparecchi mirarono al palazzo della Prefettura, cinque alla Casa del fascio (in piazza Littorio, ora piazza Mazzini). Subito dopo lo Squadron 250 attaccò con le stesse modalità la caserma Castelfidardo (in corso Cavour, ora sede del Palazzo Lanari e del Liceo Classico Leopardi), il palazzo Conti, dove c’era il Comando tedesco (poi sede del Consorzio agrario, in corso Cavour), il Distretto militare (era nel Palazzo Conventati, in piaggia della Torre) e forse la caserma Corridoni, in viale Trieste. Infine arrivarono i Baltimores in due formazioni di sei apparecchi ciascuna, che sorvolarono le Casermette a una quota di circa 2400 metri e sganciarono il carico di bombe, che caddero subito all’esterno della caserma parallelamente a tutto il lato sud del perimetro, tra esso e la strada provinciale fino a oltrepassare l’incrocio con via Spalato; altre finirono nei campi fra la strada e la ferrovia, e anche oltre la ferrovia. Soltanto tre caddero all’interno della recinzione. I cacciabombardieri centrarono solo uno degli obiettivi, la caserma Castelfidardo. Oltre a quelle in corso Cavour, si ebbero distruzioni in via Santa Maria della Porta, estese dal vicolo della Rota e, sul lato opposto, circa all’altezza dell’albergo Fanfulla (ora Albergo della Piaggia) alla piaggia della Torre e, sempre nella stessa via, all’altezza dello sbocco dell’attuale via Basily. Altre distruzioni interessarono ambedue i lati di via Padre Matteo Ricci, sino all’incrocio con la piaggia della Torre, in via della Nana e nelle zone vicine di corso Cairoli e di piazza Nazario Sauro. In via Lauro Rossi, la casa numero 9 fu colpita da una bomba che non esplose. Una bomba inesplosa fu trovata tra lo spiazzo antistante l’ingresso delle Casermette (ora piazzale gen. Vincenzo Velardi) e il villino Pascucci. Una vera strage si ebbe in via della Nana, dove l’esplosione investì la gente che correva per raggiungere i campi attraverso la via del Pozzo e coinvolse nei crolli un forno pieno di donne che compravano il pane: i morti furono una quarantina, tra i militari furono 15. L’Ospedale civico, che, nei giorni precedenti, aveva registrato una media di sette/otto ricoveri, quel giorno ne ebbe 61; le strade che escono da Macerata si riempirono subito di una folla che si allontanava con ogni mezzo. I partigiani incarcerati nella caserma Corridoni, uno dei quali era stato avvertito da un compagno di prigionia che quel giorno la città sarebbe stata bombardata, riuscirono a fuggire approfittando della confusione. Anche le distruzioni furono ingenti. Alla data dell’8 maggio 1944, erano state presentate oltre 400 denunce di distruzione o di danneggiamento di abitazioni; i senzatetto furono quasi 1600. L’incursione del 3 aprile non fu la sola: in totale furono distrutti 43 fabbricati, comprendenti 524 vani. Furono danneggiati gravemente 72 fabbricati con 35 vani distrutti, 750 gravemente danneggiati e 198 leggermente danneggiati. Infine 138 fabbricati con 1625 vani risultarono leggermente danneggiati”.

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