Battaglia di Tolentino

La Battaglia di Tolentino rappresenta una testimonianza del nostro passato. Con il ritorno di Napoleone in Francia dopo la fuga dall’isola d’Elba del 1 marzo 1815, Gioacchino Murat, sostenuto dagli insistenti richiami dei patrioti, innalza la bandiera dell’indipendenza italiana, nel miraggio di una situazione generale europea di pacificazione tra tutte le nazioni, nella quale anche Napoleone avrebbe conservato un adeguato potere. Ormai deciso all’azione, Murat il 14 marzo 1815, scrive al Bonaparte, che ha già riconquistato la Francia, una lettera nella quale spiega che tutto il suo esercito è in movimento. Da parte sua Napoleone fa dire a Murat che anche lui sta organizzando un’armata alla frontiera del Piemonte per dargli una mano. Il 15 marzo Murat parte da Napoli, mentre le sue truppe invadono lo Stato Pontificio e la Toscana; il 19 raggiunge Ancona, dove la folla lo acclamerà re d’Italia. Il 30 marzo Murat emana il famoso Proclama di Rimini, col quale chiama gli italiani per combattere “affine di preparare e disporre la costituzione e le leggi che reggano oggimai la felice Italia, l’indipendente Italia”. La marcia offensiva ha inizio con il mese di aprile per portarsi sul Po, dietro il quale sono concentrate le truppe austriache. A Occhiobello, nel tentativo dei murattiani di impiantare una testa di ponte, gli Austriaci passano all’offensiva; dopo un sanguinoso scontro, Murat dispone il ripiegamento verso Ancona. La ritirata avviene ordinatamente, con le soste del Quartier generale a Faenza, Forlì, a Pesaro, per essere di nuovo in Ancona il 29 aprile. Murat nello scontro di Occhiobello ha potuto verificare la consistenza delle forze austriache e, in vista di un combattimento decisivo, ordina il concentramento delle sue truppe a Macerata, con avanguardie a Tolentino. E’ evidente che si tratta di un piano puntuale di guerra con lo scontro nella piana della Rancia, che aveva certamente preso in considerazione nel suo viaggio per Ancona, il 30 gennaio dell’anno precedente. Un altro elemento di informazione circa l’impostazione della battaglia, ci proviene dalle dichiarazioni del maresciallo austriaco Bianchi, il quale, nel dirigersi a Tolentino, per contrastare Murat, espone il suo piano basato – come espressamente dichiarato – su una linea difensiva; piano incomprensibile, anche tenendo conto che le forze austriache non raggiungevano i 20 mila uomini, mentre l’esercito napoletano superava la cifra dei 35 mila soldati, tra cui parecchi reduci napoleonici. Dopo brevi scontri fra le forze austriache e le avanguardie napoletane, presso le mura occidentali di Tolentino, il 30 aprile i due eserciti si trovavano rispettivamente a Macerata e Tolentino. Murat giunge a Macerata lo stesso giorno. Il 1 maggio Bianchi insedia il suo osservatorio sull’altura presso il villino Amadio, che le carte denominano Madia, tra Colmaggiore e le alture retrostanti la Cisterna, al fine di sviluppare una manovra difensiva per linee interne, per poi oltrepassare la piana e portarsi a Macerata. Le truppe di re Gioacchino erano stanziate a cavallo della strada romana dal fosso di Cantagallo, fino alla sponda sinistra del Chienti in posizione di sviluppo per manovre avvolgenti su tre direzioni: Monte Milone, strada romana, Collivasari. La mattina del 2 maggio reparti austriaci si dirigono verso Macerata, ma dopo una scaramuccia presso la Pieve, si ritirano a Palmareto presso Sforzacosta, dove, circondati dalla cavalleria napoletana, vengono liberati da un battaglione di cacciatori austriaci sopraggiunti nel frattempo. I napoletani avanzano al centro e liberano il Castello della Rancia dagli austriaci, per proseguire verso il Trebbio e Monte Milone. Verso la fine della giornata i murattiani si trovano in vista delle mura di cinta di Tolentino. Il comando austriaco, che aveva sede sul torrione di S. Catervo, si predispone a un ripiegamento verso Serravalle, dove era stato già avviato il grosso carriaggio. Cessato il fuoco, il risultato della prima giornata è a favore dell’esercito di Murat, con gravi perdite degli austriaci, il doppio di quelle napoletane. Il 2 maggio, nelle ultime ore della notte, Bianchi sposta alcuni reparti sull’altura di Salcito, opposta a quella di Cantagallo, dove erano diretti, sotto la pioggia, i reparti napoletani, dalla strada romana. Il generale Mohr, che aveva occupato di nuovo il castello, viene attaccato e costretto a riparare nel fosso del Casone. Bianchi fa risalire le sue truppe verso Cantagallo, mentre il generale Pignatelli, cerca di fermarle. Le truppe napoletane, raggiunto il declivio della collina, ordinate in quadrati, sono pronte all’attacco, ma gli austriaci, risalendo il fosso sottostante, le raggiungono da punti diversi, circondandole. I quadrati si sciolgono in uno scompiglio generale. E’ l’unico episodio della battaglia concluso a favore degli austriaci ed esaltato dal Beauchamp come decisivo per la vittoria e ripreso dal disegno del Weingarten, perché unica rappresentazione dimostrabile, degli scontri a vantaggio austriaco. I combattimenti proseguono, e il re si sposta verso il Chienti, per predisporre una manovra avvolgente al di là del fiume; quando lo raggiungono due corrieri dal Regno, per informarlo di una rapida avanzata austriaca nelle province meridionali. In quell’ora decisiva il re cade in uno stato di prostrazione, e decide di accorrere subito per contrastare l’infiltrazione nemica. Murat passa la notte a palazzo Torri, mentre le sue truppe, si avviano verso Civitanova per raggiungere l’Abruzzo. Gli austriaci trovandosi a essere vincitori, inseguono le truppe in ritirata, attaccandole e coinvolgendole in scontri come continuazione della Battaglia. Il 20 maggio il trattato di Costanza, stabilisce la Restaurazione borbonica in Italia e Murat rinunciando al trono, ripara in Francia. La battaglia di Tolentino è stata considerata la prima combattuta per l’unità e l’indipendenza dell’Italia.

Tratto dal volume “La battaglia di Tolentino e la campagna di Murat nel 1815, Atti della Conferenza del 27 settembre 1996, nell’Aula magna dell’Università di Macerata.

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