Collegiata di Montecosaro

La Collegiata di Montecosaro, ex Pieve di S. Lorenzo, si affaccia sulla centrale Piazza Trieste ed è dedicata alla Madonna Assunta e a S. Lorenzo Martire. Ha assunto le attuali forme nel 1723 in seguito ad un generale rifacimento, mentre l’aggiunta della sagrestia risale al 1766. La storia del tempio è indissolubilmente legata alle vicende della pieve di S.Lorenzo, il più antico edificio sacro di Montecosaro di cui collochiamo le origini in età paleocristiana. Questa divenne sede di un “ministerium”, ovvero di un funzionario minore del conte che esercitava compiti giurisdizionali su distretti poco estesi. Apparentemente il territorio del ministerium di S.Lorenzo ricalcava quelli che grosso modo sono gli attuali confini comunali. La pieve era sita originariamente extra muros, ai piedi del colle lungo la strada fermana. Sul luogo sorgono oggi alcuni edifici moderni e dagli anni ’50 la caserma dei carabinieri. Per costruirla si dovettero demolire le fondamenta di un torrione che giacevano interrate da secoli. Forse si trattava dei ruderi della torre campanaria, visto che gli anziani ricordano quel luogo col nome di “Pervecchia” (Pieve Vecchia). Possiamo invece affermare con certezza che nel 1490, le prerogative della pieve vennero trasferite all’intemo del borgo, nella chiesa di S.Maria in Piazza. Durante la prima metà del ‘700 questa venne infine demolita per far posto all’attuale Collegiata.
Dell’edificio medievale resta solo il campanile romanico, comunemente fatto risalire al X secolo. E’ stato costruito in laterizi, ma poggia su di un basamento più antico composto da grosse pietre in arenaria, normale quindi ipotizzare per esso un’origine anteriore. Considerando la posizione elevata ed il materiale utilizzato, è probabile che l’attuale campanile fosse la torre di avvistamento di un complesso fortificato altomedievale. E’ munito di quattro campane poste a circa venti metri d’altezza, di cui le più antiche risalgono al 1802, mentre le altre sono realizzazioni della metà degli anni ’50.
L’intemo presenta un’unica navata ed è arricchito anche da preziosi reperti recuperati dalla struttura preesistente. Ad esempio, percorrendo la parete di destra incontriamo l’altare della Madonna del Latte che prende il nome da un affresco del ‘300 proveniente appunto dalla primitiva S.Maria in Piazza. E’ di pregevole fattura ma in parte rimaneggiato e restano ancora ignoti autore e scuola pittorica.
Sopra le acquasantiere sono visibili due croci scolpite su pietra, anch’esse appartenenti alla chiesa medievale. Di seguito ammiriamo l’altare dell’Immacolata, con una preziosa tela seicentesca collocata nel timpano.
L’opera è di Andrea Sacchi e raffigura S.Sebastiano trafitto nel petto. Alle spalle dell’altar maggiore, fa bella mostra di se il notevole coro in noce completato nel 1762 dal Piccioni. I dipinti dell’abside, del presbiterio e del soffitto sono invece opera del pittore-partigiano Vincenzo Monti, nato a Pollenza nel 1908 e attivo nella Brigata del comandante Vera. Soggiornò e dipinse a Montecosaro anche per sfuggire ai tedeschi e più d’una volta evitò la cattura travestendosi da prete o nascondendosi nei campi di grano.
Proseguendo in senso inverso lungo la navata di sinistra, ci imbattiamo nel gioiello della Collegiata, il grande crocifisso pre-giottesco trasferito sul finire del ‘400 dall’antica pieve di S.Lorenzo. La figura ieratica del Cristo campeggia trionfante sulla morte, col capo eretto e lo sguardo rivolto ai fedeli, indifferente ai quattro chiodi che gli trafiggono le membra. L’analisi iconografica svela evidenti tracce di stile bizantino, altro motivo che ci spinge ad ascrivere il ligneo manufatto al XIII secolo, se non addirittura al XII. In effetti, solo dopo quel periodo, con Giotto e Cimabue, si affermerà una diversa rappresentazione del “Cristo morto” che è poi quella attuale: capo reclinato, mani e piedi trafitti da tre chiodi. Di grande pregio anche l’organo a sette registri, realizzato nel 1764 da Giovanni Fedeli della Rocchetta.

Tratto dalla sezione turismo del sito del comune di Montecosaro.

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