L’aquila reale

Osservare la maestosità dell’aquila reale è ormai piuttosto raro, ultimamente però sono tornati degli esemplari nei nostri Appennini. Da migliaia di anni per nazioni e dinastie l’aquila reale è simbolo della forza e del potere. E in effetti – scomparso da tempo l’avvoltoio degli agnelli dai nostri cieli – l’aquila è il più grande rapace italiano: l’apertura alare raggiunge due metri e trenta centimetri nelle femmine (due metri nei maschi), il peso di sei chili e mezzo, il becco è robusto e gli artigli sono lunghi e affilati. Le penne dorate della nuca e del capo, simili a una corona, le hanno valso il titolo di “reale”. Uccello molto attaccato al suo territorio, che può andare dai 50 ai 500 chilometri quadrati a seconda della disponibilità di cibo, l’aquila reale predilige gli spazi aperti con grandi pareti rocciose, sulle quali costruisce i suoi nidi. Questi si trovano in genere a una quota più bassa rispetto ai territori di caccia, per non costringere l’uccello a faticose risalite quando è appesantito dalla preda. La tecnica di caccia dell’aquila reale è inconfondibile: scivola silenziosamente a bassissima quota lungo i crinali e piomba di sorpresa sulla preda che uccide quasi sempre con gli artigli. Le vittime sono soprattutto lepri, marmotte e piccoli di camoscio o di capriolo. In realtà l’aquila reale non è un rapace di montagna, perché potrebbe vivere facilmente anche a quote più basse. Solo in montagna però riesce ormai a trovare territori relativamente disabitati e ricchi di selvaggina. Nonostante la sua forza, poi, l’aquila reale è stata a lungo in pericolo a causa del bracconaggio, del furto dei piccoli e del disturbo arrecato da strade e impianti di risalita, anche perché si riproduce molto lentamente. Oggi però le aquile italiane, protette dalla legge, sono in ripresa.

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