Il Natale

Carnoà do’ che te tròi, / Natà’ a ccasa tua, se póli, recita un proverbio che in qualche modo ripete il più noto detto Natale con i tuoi, / Pasqua con chi vuoi. Ed è tradizione che la famiglia in questo giorno si riunisca attorno al tavolo per consumare insieme almeno il pranzo di Natale.
La festività infatti iniziava, se così si può dire, con il cenone della vigilia. Quel giorno si evitava di pranzare attenendosi al più stretto digiuno: anzi, per essere esatti, nelle famiglie contadine questo cominciava alle undici di sera del giorno 23 per terminare, appunto, con la cena del 24. Si faceva eccezione solamente per i bambini che potevano fare uno spuntino all’ora di pranzo. Si poteva dare inizio al “cenone” ad “un’ora di notte” che corrispondeva all’incirca ad un’ora e mezza dopo il tramonto, abbastanza presto, dunque, se si considera che si è in pieno inverno ma mai abbastanza considerando il lungo periodo di astensione dal cibo. Per questo motivo il “cenone” si configurava come pasto particolarmente abbondante e, data la sua natura, anche non poco indigesto. Così, riscaldati dal fuoco del grande camino della cucina, i numerosi membri della famiglia davano inizio a questo sontuoso pasto di magro il cui menù variava a seconda del luogo, in silenzio, come si addiceva a quel particolare momento carico di significati e di suggestioni. In genere era composto da minestra di ceci, stoccafisso, merluzzo, anguilla, per concludersi con castagne, il tutto innaffiato da vino genuino. Nel Maceratese, in particolare, consisteva in maccheroni con il sugo delle sardelle e dello sgombro, o in spaghetti con alici e tonno, oppure in pastasciutta con cacao e noci; seguivano capitone in umido con lauro ed uvetta o capitone arrostito con pane e prezzemolo; baccalà fritto insieme ai gòbbi e ai vròcculi (cavolfiori); stoccafisso in umido; laschetta del Trasimeno, sardella; si concludeva con arance e castagne e con la pizza de Natà’, con noci, fichi secchi e uva passa. La scelta di questi tre ingredienti particolari che, oltre tutto, non sono frutti di stagione, non sembra essere casuale. La noce, infatti, è una delle piante associate alla Grande Madre e pertanto è simbolo di rigenerazione come, d’altro canto, anche il fico, legato al culto di Dioniso, il dio che vegliava sulla fertilità di piante e di animali. E proprio da una vite rinacque lo stesso Dioniso fatto uccidere da Era, moglie di Zeus. E ancora, non a caso, il primo giorno dell’anno si mangiano i chicchi dell’uva conservata dalla precedente vendemmia come augurio di prosperità e di abbondanza.
Con le noci, tra l’altro, si tentava di fare delle previsioni del tempo a lungo termine: il giorno di san Silvestro si riponevano in fila nella madia dodici mezzi gusci di noce, rappresentanti i dodici mesi dell’anno; dentro ad ognuno veniva messa una piccola quantità di sale. Il primo dell’anno si osservava in quali gusci si era formata umidità: i mesi corrispondenti sarebbero stati particolarmente piovosi.
In molti luoghi, in tempi lontani, si era soliti lasciare la tavola imbandita, almeno in parte, anche dopo aver terminato il cenone, perché si credeva che la Madonna ed il Bambino, passando, benedicessero il cibo e la casa.
Poi si attendeva la mezzanotte aspettando di andare alla messa. Le mamme preparavano l’impasto dei cappelletti per il pranzo del giorno dopo mentre i bambini si divertivano a tagliare la sfoglia sottile in cerchi perfetti mediante la pressione di un bicchierino capovolto. Più tardi, terminata questa non spiacevole incombenza, si giocava a tombola tutti insieme in quell’atmosfera che si ha solamente la notte di Natale. Ed in quella notte magica si raccontava che, nel momento in cui nasceva il Bambino, gli animali parlassero ed esprimessero concetti profondi e misteriosi, gli asinelli piegassero le ginocchia, i buoi piangessero, il gallo con il suo “cucchiricù” annunciasse finalmente la nascita di Gesù. Nessuno uomo, però, avrebbe potuto ascoltare le loro parole pena la sua stessa vita. Si raccontava anche che in quel magico momento le fontane non buttassero più acqua ma olio e miele; che gli alberi fiorissero per un istante e che per un istante ogni oggetto diventasse d’oro come omaggio della natura nei confronti del Figlio di Dio che nasceva. Le nonne dicevano che chi moriva la notte di Natale sarebbe andato direttamente in paradiso; i bambini che nascevano, invece, avrebbero avuto una sorte molto più triste perché sarebbero diventati lupi mannari se maschi, streghe se femmine: nel momento in cui nasceva Gesù, nessun altro essere umano doveva ricevere la vita.
Nel camino ardeva lu cioccu, il ceppo di Natale. Il ceppo, anticamente, simboleggiava Cristo che aveva voluto sacrificarsi per la salvezza degli uomini. Secondo un’antichissima tradizione della quale si è perso il significato, si doveva fare in modo che non bruciasse troppo velocemente ma durasse fino all’Epifania, per tutti quei dodici giorni che simboleggiavano i dodici mesi. Esisteva dunque una profonda analogia tra il ceppo ed il sole, simbolo di luce e di calore, nato nel solstizio d’inverno, che avrebbe dato alimento alla terra per tutto l’anno. Il ceppo conservava ancora, fino a non molti anni fa, il significato di fecondità ma anche di amuleto protettivo e la sua cenere, tenuta in serbo accuratamente, veniva sparsa attorno al tronco delle viti perché fossero preservate dai parassiti. Ma il ceppo era, nelle tradizioni precristiane, il simbolo della divinità che decideva il destino e la sorte degli uomini e quindi risulta collegato al gioco dei dadi come era consuetudine nell’antica Roma nel periodo che precedeva il solstizio.
E il gioco dei dadi si è perpetuato, in tempi più recenti, nella tombola con cui si usa giocare in questo periodo forse proprio per questa antichissima consuetudine e non solo perché è considerato un gioco di società.
Il ciocco non doveva mai spegnersi – dicevano le nonne – perché altrimenti la Madonna non avrebbe potuto riscaldare i pannolini e le fasce del Bambino.
Il giorno di Natale, nelle case in paese ed in tempi recenti, i genitori trovano sotto il piatto la “letterina di Natale” nella quale i bambini fanno solenne impegno di essere buoni e diligenti: in cambio ricevono la “mancia”, piccola somma con la quale giocano a tomboletta nel pomeriggio.
In campagna il fidanzato regalava alla sua regazza noci, portugalli (arance) e un fazzoletto per la testa, a fiori.
Il pranzo era lauto quanto il cenone: antipasto assortito di salumi, cappelletti in brodo di cappone, galantina, cappone lesso con contorno di gobbi, parmigiana di gobbi e di carni varie fritte e rifatte poi al forno condite con ragù, arance, torrone, pizza de Natà’.
Una versione più recente della pizza aggiunge alla pasta di pane, oltre alle noci, all’uvetta, ai fichi, anche nocciole, mandorle, limone ed arance grattugiati, cacao, olio d’oliva e zucchero.
Il brodo di cappone, fatto la vigilia di Natale, veniva conservato per tutta la notte fuori della finestra; al mattino seguente veniva separato il grasso che si era solidificato: lo si conservava per tutto l’anno perché era lo grasso viniditto, cioè “il grasso benedetto”, che risultava efficace per curare alcune malattie degli uomini o degli animali.

Tratto da “Dizionarietto delle Tradizioni e del Mangiare” del sito della Comunità Montana dei Monti Azzurri.

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