Il dialetto Maceratese

dialettomacerateseI dialetti della regione marchigiana sono articolati in quattro distinte sezioni: la settentrionale, linguisticamente appartenente al gruppo dei dialetti italiani settentrionali; la sezione di transizione (fascia Ancona – Fabriano) con dialetti affini a quelli dell’Umbria e della Toscana; la sezione centrale, o maceratese – fermano – camerte, comprendente la provincia di Macerata e la parte settentrionale (a nord dell’Aso) della provincia di Ascoli Piceno; la sezione meridionale (a sud dell’Aso), che va assegnata al gruppo dei dialetti dell’Italia meridionale. Delle quattro sezioni, la più omogenea e la più fedele alle origini latine, è la sezione maceratese – fermano – camerte; in quest’area, originariamente popolata dai preindoeuropei Piceni, si sovrapposero gli indoeuropei Umbri, la cui presenza nel nostro territorio è attestata sin dal VI – V secolo a. C. dalle iscrizioni dette protosabelliche, ma in realtà paleoumbre che sono dal Devoto definite “i più antichi documenti di una tradizione linguistica italica”. Il latino appreso e adottato dagli Umbri fra Appenino e Adriatico fra Esino e Aso suonò più schietto di quello dei Galli del nord e dei Sabelli a sud.
Vocali atone finali. Il dialetto maceratese evita l’eliminazione delle stesse, in fine di parola. In contrasto con l’italiano e con i dialetti dell’Italia settentrionale, esso continua il latino ILLUM, in funzione di articolo, non con “il” o “el”, ma con “lu”, e “ll” davanti a vocale: esempi: lu patre (il padre), ll’amicu (l’amico), e coerentemente quillu signore, bellu fijju (bel figlio).
Vocali atone mediane. Nell’interno della parola le vocali atone si mantengono, ma per una spinta all’armonizzazione esercitata da “i” e “u” finali della sillaba seguente, ogni “e” diventa “i” e ogni “o” passa a “u”: esempio da ferita a firita, da possiamo a putimo, da fiore a fiuri.
Vocali atone iniziali. La stabilità delle vocali in fine di parola provoca spesso la caduta della vocale atona iniziale della parola: te spètto (ti aspetto).
Consonantismo. Il tratto più cospicuo dell’eredità osco – umbra, comune peraltro a gran parte dell’Italia centro meridionale, è costituito dalle ben note assimilazioni di ND, che passa a NN: quando diventa “quanno”. L’azione assimilatrice della nasale provoca la sonorizzazione di tutte le consonanti sorde che la seguono: quanto può passare a “quando”, allo stesso modo montare diventa “mondà”. Al passaggio da NT a ND si affiancano i passaggi analoghi da MP a MB (cambu, invece di campo), da NK a NG (ngora per “ancora”), da NG a GN (piagne a posto di piange).
Palatalizzazione consonantica. E’ tratto caratteristico del passaggio dal latino classico al volgare determinato ad ottenere il migliore risultato con il minimo sforzo. Il primo passo è stato fatto dalla vocale “i”: IRE diventa Jire, con j semiconsonantica che sollecita jamo “andiamo” a passare ad “jjamo”.
Apocope della sillaba finale. In finale di parola, cadono il “re” dell’infinito di tutti i verbi, es. magnà al posto di mangiare; il “ne” di voci terminanti in –ane, -ene, -one (es pà al posto di pane). Nel vocativo è frequentissima l’apocope, anche di parole non polisillabe, come “mà” (mamma) o “và” (babbo) o “dottò” (dottore).
Rafforzamento sintattico. Riguarda la consonante iniziale di molte parole; in genere di quelle che, in latino, finivano con una consonante. Esempio: a kkasa per “a casa”, “io e tté” per “io e te”.
Morfologia e sintassi. Il neutro. Il tratto che con maggiore evidenza caratterizza i dialetti della provincia di Macerata è la compresenza dei tre generi latini, maschile, femminile e neutro, distinti dalla desinenza “u” per il maschile, “a” per il femminile e “o” per il neutro. Ad esempio per l’aggettivo giusto, si dice “adè gghiusto” per “è cosa giusta”, mentre “adè gghiustu”, per “egli è giusto”.
Coniugazione verbale. Un tratto tipico del dialetto considerato è l’identificazione delle forme della 3a persona plurale con quelle della 3a singolare: es. c’è mille cose da fa (ci sono mille cose da fare).
Lessico. Repertorio di alcune forme lessicali latine obliterate o disusate in italiano, ma continuate nei dialetti del maceratese. Ammò (ora), birocciu (carro agricolo a due ruote), ffiarà (bruciacchiare, avvampare), fìttulu (piolo da conficcare nel terreno), forasticu (non socievole, selvatico), frìsculu (frantoio di olive), néngue (nevica) papella (farfalla), pèrzeca (pesca), pondecana (topo di fogna), réjeca (piccola quantità), rognecà (brontolare), stabbio (letame), stricà (sbriciolare), strinà (asciugare al freddo, avere freddo), tùtulu (torso della pannocchia del granoturco), uru (orlo), zinà anche zinale (grembiule).

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