Costumi tradizionali maceratesi

costumitradizionaliNel 1811 Napoleone commissionò un’indagine sulle Marche, per conoscere usi, costumi e tradizioni della regione i confini del suo Impero. Dal Dipartimento del Musone (Macerata) furono inviati 22 costumi, tutti opera di Filippo Spada. I figurini riproducono caratteristiche del vestiario maschile e femminile dell’epoca. Descriviamo alcuni dei capi o degli accessori più caratteristici.

Indumenti femminili

La “vettarella”
Esaminando i figurini, vediamo innanzi tutto che il tovagliolo bianco da testa, detto volgarmente “vettarella” o “littello” o “pietta”, era comune nelle Marche, come nell’agro romano, comunanza questa derivata dall’emigrazione stagionale di contadine povere della nostra regione che si recavano, in estate, a lavorare nelle campagne del Lazio come “spigolatrici” e zapparelle. Il modo di portare la vettarella differiva da un luogo all’altro; nelle campagne maceratesi i lembi laterali del tovagliolo venivano posti, l’uno sull’altro, sopra la testa; nel loretano e nell’apirese erano mantenuti rigidi sopra il capo per mezzo di un pezzo di cartone tagliato in quadro e posto fra i lembi. Soltanto nei giorni di festa religiosa o in occasione di lieti avvenimenti in famiglia si portava il tovagliolo bianco, mentre per i feriali le donne usavano sempre un fazzoletto comune colorato o a fiori; esso veniva dapprima disposto a triangolo, quindi si ripiegavano i lembi laterali, uno sull’altro, sopra il capo, lasciando ricadere sul dorso il lembo centrale.

Il busto
Derivato dall’antica pettorina, il busto era formato da due pezzi quadrangolari e uno triangolare chiamato “cugnu”, cioè cuneo, di stoffa resistente, tenuti insieme, sul davanti e sul dorso da stringhe bianche di cotone e sorretto da bretelle, dette volgarmente “spallacci” orlate con fettucce di vivace colore. Per rendere rigido il busto si infilavano nell’interno di esso, delle bacchettine di canna, oppure stecche di ossa di balena e perfino lamelle di acciaio brunito. La parte esterna del busto era ricoperta di panno casarino, di colore turchino, scarlatto, oppure giallo chiaro; sul panno si facevano, col filo bianco, varie ornamentazioni col punto a croce.

Il fazzoletto da spalle
Per coprire la scollatura, più o meno ampia, e la parte anteriore del busto, le campagnole si gettavano sulle spalle un fazzoletto, detto volgarmente “spallacollo” o “fazzolettone” di cotone, a pallini stampati o a fiori; per maritare era a colori vari, preferito però il rosso, con i bordi ornati da lunghe frange. I due lembi anteriori del fazzoletto venivano incrociati sul petto e le punte infilate nella cintura del grembiule.

Il farsetto
Era formato da due rettangoli di stoffa turchina o giallo chiaro, allacciati sotto le ascelle da fettucce colorate e sostenuti da “spallacci” ornati di nastro rosso. Il farsetto era basso e ricopriva il busto, compresa la parte inferiore delle spalle e del petto; talvolta veniva confezionato con la stessa stoffa della gonna alla quale era cucito. Per l’inverno, il farsetto assumeva la forma di un corpetto con maniche lunghe.

Le calze
Erano di filo di cotone bianco, lavorate a mano con ferri appositi; venivano arrotolate a metà gamba e fermate sotto il ginocchio da una fettuccia. Nei mesi freddi, le donne portavano calze di cotone nero, con “soletta” bianca o pedale, che sostituivano, all’occorrenza, con altra simile, essendo la soletta cucita all’estremità della calza.

Vestiario maschile

Calzoni
Detti volgarmente “brache” erano di panno casarino turchino, oppure dello stesso panno e colore del sarghetto, e giungevano poco al di sotto del ginocchio, dove venivano allacciati con bottoncini ricoperti di stoffa, oppure fermati da una fibbia di ottone o d’argento. Si usava pure tenere stretta l’estremità dei calzoni con un nastrino di seta o di merletto colorato che serviva anche per fermare le “calzette” bianche arrotolate al di sopra del ginocchio.

Cappello
Seguendo la moda democratica della Rivoluzione francese che abolì per sempre il tricorno, anche i campagnoli del maceratese adottarono il cappello di feltro nero a cilindro, non molto alto, detto “alla cittadina”; in alcuni paesi della nostra provincia si portava, all’inizio del secolo XIX, un cappello di fabbricazione matelicese a cupola tonda e bassa, guarnita da nastro nero e con falde larghe, leggermente rivolte in su. Nel fabrianese non era raro vedere, nell’Ottocento inoltrato, qualche vecchio capoccia che portava anche in paese il tricorno scolorito, chiamato dal volgo “a lumino” per la somiglianza che aveva con le lucerine a tre becchi. Il contadino metteva il cappello per recarsi in paese mentre stando in casa o nei campi, portava una berretta di cotone bianco fatta a calza, ricamata con filo rosso e turchino e col fiocchetto colorato in cima pendente su di una spalla. Talvolta, invece della berretta, portava una reticella di filo colorato che serviva per tenere raccolti sul capo i capelli molto spesso arruffati e, non di rado, sulla reticella imponeva il cappello secondo l’usanza spagnola, adottata dai bravi descritti dal Manzoni. In estate gli uomini di coprivano il capo con un cappello di paglia a cupola conica alta, di quelli intrecciati a mano dalle industriose donne di Montappone.

Mantello
Quando d’inverno faceva tempo pessimo o nevicava, il campagnolo cavava fuori l’ampio mantello della vecchia casa e lo indossava sopra il vestiario invernale per recarsi in paese. Questo indumento, comune in molte regioni italiane, era di panno cardato di lana, nero o marrone scuro, con ampio bavero, talvolta ricoperto di pelliccia di coniglio.

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