Antiquariato nel maceratese

In ambito maceratese conosciamo un numero davvero cospicuo di raccolte private di materiali archeologici: in vari casi sono di modesta entità, ma in altri casi si tratta di raccolte consistenti e notevoli anche dal punto di vista dell’allestimento. Visto nell’insieme, il fenomeno sembra avere qui un’incidenza ben superiore a quello che è dato riscontrare nelle altre province marchigiane e ciò sembra probabilmente da imputare al ruolo di centro amministrativo svolto da Macerata nell’ambito dello Stato pontificio, ai legami e ai contatti con Roma di locali personaggi, al costituirsi abbastanza precocemente di una raccolta a Macerata – quella del Palazzo Compagnoni – che avrà suscitato imitatori nel territorio. Se pure queste raccolte ebbero carattere di accessibilità al ristretto pubblico di eruditi e visitatori, nessuna di esse ha finito per diventare un Museo cittadino, alla stregua di quanto è accaduto per quella di Maffi a Verona o quella dell’Olivieri a Pesaro. La maggior parte di esse hanno continuato a sussistere come raccolte private, pensiamo a quella di Servanzi Collio a San Severino o a quella di Pallotta di Camerino. Vi sono però dei casi in cui almeno una parte del materiale raccolto da questi cultori di antichità del ‘700 e dell’800 è finito a costituire il nucleo di raccolte pubbliche, o comunque di materiali già appartenenti a collezioni private sono confluiti in raccolte pubbliche. Un caso emblematico può essere dato dalla piccola, ma tutt’altro che disprezzabile raccolta lapidaria della Villa Bandini, che è andata a costituire la raccolta oggi a tutti accessibile della “Sala delle Oliere”, inserita nel circuito di visita del complesso dell’Abbazia di Fiastra. Una storia in parte simile e in parte più complessa è quella toccata alla raccolta Compagnoni di Macerata: una parte del Lapidario che fu prototipo e modello di raccolte simili in provincia e nelle Marche, si conserva nel Palazzo che oggi è sede dell’Amministrazione comunale. Il nucleo principale oggi adorna l’ingresso e il cortile interno del Palazzo Comunale e che è costituito di reperti di varia provenienza (da Ricina, da Pausulae, da Urbs Salvia, da Roma e da Perugia). Questi materiali sono ben noti ai maceratesi che tendono a considerarli globalmente come testimonianze della storia del loro territorio in età romana e in particolare come cimeli di quell’antica Ricina, che sorgeva presso la riva sinistra del Potenza e di cui la stessa città di Macerata si sente erede. Le raccolte antiquarie del ‘700 e dell’800 in realtà non erano raccolte lapidarie, cioè di iscrizioni antiche; per alcuni grandi collezionisti le epigrafi costituirono anzi un genere minore, la cui incetta, provocata talora da occasionali rinvenimenti di lapidi nelle terre di loro proprietà, era poi alimentata da scambi, doni, eredità, acquisti tra collezionisti e da un commercio in cui a un certo punto prese piede la piaga della falsificazione. I collezionisti più raffinati puntavano invece a raccogliere nei propri palazzi statue, ritratti, monete bronzetti, reperti minori, nonché tele d’autore, mobili antichi, libri rari, argenterie. Sono interessanti i casi, disseminati tra Seicento e Settecento, in cui al possesso di reperti archeologici fa da “pendant” una produzione di studi, manoscritta o a stampa sugli stessi. Il reperto antico alimenta (o suggerisce) la produzione del manoscritto o della dissertazione d’argomento antiquario, così come la formazione culturale di tipo antiquario spinge alla ricerca di oggetti antichi provenienti dal territorio o anche da località più lontane. Dagli studi effettuati, emerge però che il collezionismo di materiale archeologico ha dato luogo in ambito maceratese a un vivace e abbastanza diffuso fiorire di interessi e di studi antiquari che, insieme alla salvaguardia e alla trasmissione fino a noi dei reperti stessi, costituisce il frutto più interessante di quel fenomeno.

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