Il carbonaio

In passato i carbonari restavano in montagna per mesi interi. Partivano dal paese per la trasferta al sorgere del sole, con muli carichi. Nella coltivazione dei bosco (macchia), composto per lo più di ornelli, querce e faggi, si risparmiavano, di tanto in tanto, esemplari per la riproduzione, le sarvatore. Con marracci (roncole) i carbonai effettuavano la sbrollatura (pulizia dei rametti) del legname. Nei Sibillini, oltre ai carbonari del luogo, erano impegnate squadre di pesaresi, provenienti da Piobbico e Cagliari, e veneti. Per guadagnarsi la giornata, ogni carbonaro doveva lavorare 4 metri quadri di macchia (circa 20 quintali di legna): tagliarla in pezzi di un metro e accatastarla. Successivamente occorreva trasportarla nella spiazza con muli o con la cavalla (un’asse di legno a forca con una tavola orizzontale appoggiata alla spalla al convergere dei due rami, con la quale si poteva portare fino a mezzo quintale di legna. Il carbonaro calzava scarponi pesanti e chiodati, indossava lunghe mantelle nere, cappello scuro dalla falda larga e irregolare, pannella (grembiule di juta) e per lavorare sotto la pioggia, cappuccio, ricavato da un semplice sacco sempre di juta, che lo copriva fino alle spalle. L’ampiezza della spiazza, uno slargo ottenuto sul pendio con lo zappone, dipendeva dalla quantità di legna tagliata. Cinque quintali di legna fruttavano in media 80 chili di carbone cannellino. Una siepe di frasche intrecciate a pali conficcati intorno alla spiazza, regolava adeguata ventilazione del luogo. La cotta della legna, che, in media richiedeva due o tre giorni, per l’assembramento, assumeva forma conica attorno a un’apertura, lu caminu, ottenuta con pezzi incrociati a quadrato dalla base fino all’apice (la bocchetta). Intorno venivano accatastati paletti verticali, salendo, man mano, a spiovere fino alla cima, da raggiungere con una scaletta. I carbonari sorvegliavano anche di notte la cotta che cuoceva silenziosa e pericolosa. Di cotte se ne preparavano più di una, poste vicino e accese a catena. Accanto alla spiazza i carbonari sistemavano il capanno, simile a quello dei pastori, con 4 o sei robusti pali che formavano la struttura portante. La rustica cucina dei carbonari includeva i noti spaghetti alla carbonara, l’acqua cotta (pane bagnato con acqua bollita, nel paiolo, aromatizzata con aglio, mentuccia, condito con olio e sale) e la panzanella (pane bagnato con acqua fredda e condito con olio, sale, aceto e pepe).

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