Il calderaio o ramaio

I ramai, o calderai marchigiani, tanti anni fa provenivano, per la gran parte, da Force, piccolo centro dell’ascolano. Il calderaio esponeva i propri lavori in fiere e mercati; un caldaio accanto all’altro, dal più grande al più piccolo, erano sistemati su spiazzi di renella o nelle piazze morte delle frazioni più sperdute, in attesa dell’uscita della messa. Per fare caldai, si acquistavano le forme nella fonderia di Villa Potenza, che venivano poi allargate a colpi di mazza. I recipienti a mano libera richiedevano maggiore perizia, forgiati da fogli di rame. Per preparare una brocca da un litro occorrevano tre giornate di lavoro, 14 passate di mazza e altrettanti riposi e rinfuocate. Si partiva dal fondo, poi toccava al becco, ai manici e al coperchio. A questo punto la brocca veniva immersa per una nottata nell’acido solforico e l’indomani era pronta per la ripulitura con acqua e la purificazione con scaglia di carbone. Con la lucidatura, per mezzo di un preparato a base di racia (il deposito del vino nella botte), la brocca acquistava la coloritura ramata. Infine era posta al sole ad asciugare. Nelle zone dei pastori, il lavoro più intenso, per forgiare caldaiette del formaggio, si svolgeva d’estate al ritorno dalla transumanza. Spesso il compenso era in natura: tanto formaggio o ricotta quanto il recipiente realizzato poteva contenerne. La produzione del ramaio comprendeva anche scaldaietti e cuccume, tielle per arrosti con motivi floreali sbalzati.

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