Il bottaio

La produzione del bottaio comprendeva cupelle (botticelle) da 20 o 25 litri, cupellette da 2, 3, 5 e 10 litri, barili da 50, botti da 2,3,5,7,10,12 e 20 quintali, tini a doghe diritte, secchi da latte per pastori e mescoli (recipienti) per l’olio. Il bottaio, spesso anche boscaiolo, sceglieva per lo più castagno locale o rovere. Acquistava le macchie, tagliava il legno a misura abbozzando doghe a seconda del tipo di botte e lo lasciava stagionare all’aperto per almeno due anni. Il sole, la neve, il gelo spurgavano il legno dal tannino e permettevano di evidenziarne i pezzi meno resistenti: occorreva materia prima senza nodi. Per la piegatura delle doghe si utilizzava la fornacetta posta fuori della bottega: un rettangolo di muro grezzo, alto poco più di un metro, dove si lasciavano ardere legna e frasche per la brace. Sopra di sistemavano le doghe che, riscaldate da una parte (poi interna della botte) per un quarto d’ora, venivano successivamente incastrate sul piegaturu fino al completo raffreddamento. Per una botte di venti quintali occorrevano 47 – 48 doghe lunghe 140 centimetri e spesse 5, per le altre botti la media raggiunge le 40. Dopo la piegatura la doga veniva ripulita e piallata. Con le forme si ottenevano i cerchi di ferro utilizzati per mantenere le doghe compatte. Il lavoro più delicato riguardava la costruzione dei due fondi da incassare nella scanalatura delle doghe che, dovevano risultare assolutamente precisi. Talvolta, per farle entrare nelle cantine dalla stretta porta d’accesso, il bottaio le divideva in due o tre pezzi sfilando i cerchi. La botte marchigiana presentava identica larghezza e lunghezza, a differenza di quella viterbese e napoletana più lunghe e strette. Il lavoro, svolto a mano, con pialla fissa, accette, graffietto, incisa, scalpelli ricurvi e compassi di legno, richiedeva tre o quattro giorni per assemblare una botte da 20 quintali.

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