Ceramica al tornio ad Appignano

In passato ad Appignano i cosiddetti “coccià” lavoravano la creta nelle loro botteghe “su pe’ re Casette” e producevano vasi, stoviglie e contenitori di vario genere. Lavoravano con la ruota mossa dalla forza delle gambe e facevano asciugare i loro prodotti al sole prima di metterli nel forno a legna per la cottura. Erano numerosi fino a qualche decennio fa e anche bravi al punto che Appignano era conosciuto nei dintorni come “il paese delle cocce”. Eppure la terracotta non è nata qui, da noi è arrivata nel 1557, ma qui si è evoluta a livelli di alto artigianato e si è fusa alla perfezione con la cultura del nostro territorio. Innumerevoli generazioni di appignanesi hanno mangiato e bevuto con le cocce prodotte da Peppe de Gnachè, Ninì de Doà, Pietro de Furtunata, Vallarì, Caccianì, Puccì, Ernesto de ru Tentò, Urè, Peppe de Luiscittu, Giscì ru Tignusu, Mimma de Ciancanella e dai loro successori. Vendevano per pochi soldi piatti smaltati, brocche e brocchetti per acqua e vino, bicchieri e ciotole, ma anche contenitori di altro genere come vasi da fiori per il camposanto o per abbellire il tavolo della “sala”. All’inizio del secolo facevano su richiesta anche tubature per lo scarico dell’acqua dai tetti e per le fognature domestiche. I colori per dipingere i pezzi che producevano se li fabbricavano da soli macinando rocce e terre di diverso tipo nei “macinitti” che ognuno aveva lungo il corso del Monocchia che fino a qualche decennio fa aveva una portata sufficiente a farli girare. La strada delle Casette, prima che il traffico se ne impadronisse riducendola a parcheggio, era occupata da una parte e dall’altra dalle cocce messe ad asciugare e dai carretti dei vasai carichi di fascine raccolte in campagna che servivano ad alimentare una bella fiamma nei forni anneriti da decenni di attività. Se uno viene da fuori e cerca le Casette, non le trova. Se poi domanda a qualcuno e lo mandano in Borgo S. Croce, pensa che lo hanno preso in giro. Le Casette del Duemila sono una via costeggiata da palazzine e fabbriche, delle vecchie abitazioni che hanno dato il nome alla strada non c’è più traccia. Un tempo lungo questa strada polverosa appena fuori delle mura si affacciavano le botteghe dei vasai, i “coccià”. Erano modestissime abitazioni nelle quali lo spazio per le persone era limitato e condizionato dalla convivenza con argille, colori, fascine, vasi e soprattutto con il forno, un inferno in miniatura che rendeva pericolosi gli inverni e insopportabili le estati. Davanti ad ogni casa, nei giorni di tempo buono, c’era sempre un gran numero di brocche, in lunghe file ordinate, messe lì ad asciugare lentamente, per evitare che si crepassero. Ogni tanto usciva qualcuno dalla bottega per girarle ed esporre il lato più umido al sole. Le donne dei vasai vegliavano affinché qualche ragazzino sbadato non giocasse troppo vicino ad esse e siccome la via era sempre occupata su entrambi i lati, andava a finire che non si poteva mai giocare, né correre. Le Casette erano come i vicoli, i pettegolezzi erano il pane quotidiano, tutti si conoscevano da una vita, per parlarsi si gridava da una parte all’altra della strada. Chi viveva in questa via rappresentava magnificamente lo spirito popolano del paese, le sue piccinerie e le sue grandezze tra le quali spiccava un grande spirito di collaborazione che arrivava al punto di prestarsi persino le sudate fascine necessarie a far funzionare i forni. La via delle cocce segnava il limite tra paese e campagna, al di là cominciavano i campi e le file di querce e si allungava la strada bianca verso Treia. Era un mondo povero, ma meraviglioso, che il progresso ha spazzato via in pochi anni. Di esso restano oggi solo i ricordi, qualche foto sbiadita e un vecchio muro segnato dal fuoco. Vicino alla Madonnetta si può ammirare una deliziosa e insolita costruzione liberty. Sopravvive anche qualche traccia delle scritte che indicavano le attività del proprietario, tracce sbiadite che abbiamo pensato di fermare a futura memoria di chi vorrà conoscere da dove veniamo. Uno dei modi di definire Appignano è “il paese dei vasai”. Siamo talmente abituati a sentircelo ripetere che molti di noi sono convinti che i vasi di terracotta o ceramica siano parte integrante della nostra identità culturale da sempre. Invece non è così perché le “cocce” nel nostro paese sono arrivate da fuori in questo secolo. Delle stoviglie rustiche si parla per la prima volta alla fine del 1557 quando, su delibera consiliare, fu chiamato un certo Pasqualino Mariani da Caldarola affinché esercitasse nel nostro territorio il mestiere di vasaio, che allora consisteva essenzialmente nel fabbricare stoviglie e contenitori per uso di cucina e di conservazione di vino e olio. Ci siamo chiesti dove conservassero i liquidi gli appignanesi prima di questa data e la risposta è che sicuramente acquistavano i contenitori, a caro prezzo, dai vasai dei paesi vicini e per questa ragione, probabilmente, fu deciso di provvedere in proprio.

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