Città di Ricina

La città romana di Ricina sorge su un’area che ha restituito tracce di antropizzazione a partire dall’età pre-protostorica, come documentato anche da rinvenimenti di manufatti litici conservati presso il Museo Nazionale di Ancona. La costituzione duovirale del municipio (C.I.L. IX 5748) nella seconda metà del I sec. a.C., ricorda l’ origine come centro di un più antico distretto prefettizio, alla nascita del quale deve aver contribuito la collocazione in posizione particolarmente favorevole dal punto di vista geomorfologico e commerciale.
La città romana sorge infatti all’inizio della bassa valle del fiume Potenza, all’inizio di una fertile piana alluvionale, in un punto fino al quale il fiume era con ogni probabilità navigabile. In quest’area inoltre si incrociavano sia un diverticolo della Flaminia, cioè la Flaminia prolaquense ricordata dall’Itinerarium Antoninum, che già nel III sec. a.C. da Nuceria Camellaria (Nocera Umbra) si dirigeva direttamente verso Ancona e che costituiva l’asse generatore del centro antico, sia la Salaria Gallica, che collegava la Consolare Salaria al Piceno settentrionale, sia una strada diretta verso la colonia romana di Potentia (P.to Recanati), sia infine una via diretta verso Pausulae.
La prima menzione della città di Ricina è in Plinio il Vecchio (Nat. Hist. III, 111), che ricorda come essa confinasse con Trea, Auximum, Potentia, Pausulae ed Urbs Salvia.
Scarse sono le attestazioni di vita della città in età repubblicana documentate solo ad alcune stratigrafie relative a scavi realizzati in un’area di proprietà “I.R.C.A.”, che hanno restituito tra l’altro frammenti di ceramica a vernice nera e monete. In età triumvirale il territorio del municipio fu diviso in lotti personali (viritim) ed a tale assegnazione dovette corrispondere un periodo di notevole sviluppo della città, come evidenziato anche dai resti di numerosi elementi architettonici provenienti da monumenti di carattere funerario. Le fonti epigrafiche ci ricordano i nomi di alcuni dei più rilevanti personaggi della città e le cariche da essi rivestite: tra questi si deve ricordare Tuscilio Nominato, che lasciando la sua eredità a Traiano fa ripavimentare piazze e strade e ristrutturare un balneum, edificio oggi riconosciuto in un calidarium a pianta circolare lastricato internamente ed in alcuni ambienti pavimentati a mosaico, scoperti nel 1873 dal Servanzi Collio. L’iscrizione C.I.L. IX 5747 ci ricorda che Settimio Severo elevò la città al rango di colonia nel 205, attribuendole il nome di Helvia Ricina Pertinax. Una fase di crisi della città, collocabile probabilmente nel corso del II sec., sembra documentata dall’istituzione di un curator rei publicae Ricinensium, nella persona di Ovinio Rustico Corneliano, incaricato di risistemare le dissestate finanze della città, la quale evidentemente subì notevoli danni nel corso delle invasioni barbariche che sconvolsero nei secoli successivi il territorio.
I resti della città dovevano essere comunque ancora imponenti nel 1341 se il Rettore della Marca concesse ai Guelfi maceratesi il diritto di arroccarsi tra le rovine contro gli attacchi dei Ghibellini; nel 1432 gli statuti maceratesi concessero ai cittadini il diritto di raccogliere materiale tra le rovine, anche procedendo a demolizioni, pratica che è stata alla base della quasi totale distruzione della città.
I numerosi ritrovamenti, avvenuti in diverse occasioni a partire dagli scavi del XIX secolo ad opera del Servanzi Collio fino a quelli più recenti, pur se in gran parte non visibili, documentano una intensa attività edilizia soprattutto per tutta l’età imperiale. Già nel 1873 Severino Servanzi Collio, in occasione di scavi sistematici nell’area retrostante il teatro lungo la Strada, portò alla luce tre ambienti pavimentati a mosaici con decorazioni geometriche bianche e nere, databili ad età traianea (uno dei quali al di sopra di un pavimento repubblicano con esagonette in cotto) e forse un calidarium rivestito di lastre di marmo e resti di condutture.
Il XX secolo è caratterizzato dallo sviluppo urbano della frazione di Villa Potenza di Macerata e di conseguenza da una serie di ritrovamenti anche sporadici in tutta l’area occupata dalla città, che doveva ancora presentare notevoli emergenze di carattere monumentale affioranti. Tra i più rilevanti per la ricostruzione della topografia urbana, si segnala nel 1939 l’individuazione di un mosaico policromo, poi coperto, nella proprietà «Isabella Aiazzoni», nella stessa area da cui proviene una statua mutila di un braccio. Nel corso di lavori di sistemazione del ponte sul fiume Potenza, nel 1922, venne alla luce una cisterna, mentre nel 1946 a nord del teatro fu scoperto un altro mosaico, strappato nel 1952 ed attualmente perduto. Sempre nel 1952, a ovest della strada verso Appignano, in proprietà Bianchini, furono individuati i resti di un edificio monumentale non meglio identificabile, mentre l’anno successivo a nord della provinciale, in corrispondenza del mosaico scoperto nel 1873, fu individuato un altro mosaico bianco con alcuni punti neri, che sembra proseguire al di sotto della strada moderna e verso nord. Altre notizie sono relative alla presenza di edifici a nord della provinciale Settempedana-Camerte; un piccolo ritrovamento è infine quello di tombe e di un edificio romano non identificabile in proprietà Foglia. Nel 1964 la costruzione di una casa in proprietà Cicarilli portò all’identificazione di un edificio a più ambienti pavimentati a mosaici (uno dei quali conservato ad Ancona), databili sulla base di confronti stilistici al II sec., che si sovrappone ad unità abitative di età precedenti. Nel 1969 in area di proprietà “I.R.C.A.” venne alla luce un mosaico, connesso ad un edificio che si impostava su un precedente strato repubblicano – ad una quota inferiore rispetto a quella dello scavo in proprietà Cicarilli – con fasi riferibili forse anche al IV sec. Nel 1978, alcuni muri romani non meglio identificati vennero alla luce in prossimità della cabina dell’eletrodotto. Nel 1985, nei pressi della stessa cabina, furono parzialmente scavati alcuni vani rettangolari contigui, risultato di una serie di trasformazioni avvenute fino al IV sec. su edifici preesistenti almeno fin dall’età repubblicana; scavi più recenti hanno infine portato in luce, nei pressi del mosaico scavato nel 1873, due ambienti pavimentati a mosaico
Il rifacimento di un edificio per noi attualmente ignoto è ricordato in un’iscrizione (C.I.L. IX 5781: L. Tusidius / Campestris / restituit).
Oltre a quelli citati, nel corso del tempo sono venuti in luce anche altri elementi archeologici relativi a strutture di rilevante importanza, spesso purtroppo non più visibili: fra di essi è da rilevare una cisterna a nord del teatro e della provinciale settempedana, ancora visibile.
Nel 1963, in relazione alla costruzione del distributore AGIP (ora IP), ancora attualmente presente lungo la strada, fu scoperto un tratto di basolato stradale (unica parte dello scavo ancora visitabile), probabilmente relativo al diverticolo della Flaminia, largo mt. 5 comprese le crepidines, sul quale sono ancora visibili le tracce delle ruote dei carri. Sul lato nord-est la strada era affiancata da un portico, sul quale si affacciavano ambienti forse destinati a tabernae e magazzini, disposti in maniera regolare e connessi ad almeno due fasi edilizie principali, coincidenti per quanto riguarda la topografia urbana, ma su livelli distinti, che almeno dal II sec. a.C. arrivano al IV. Fra i materiali individuati nel corso dello scavo spiccano un’olpe fittile, contenente un tesoretto di denari d’argento di età repubblicana, ed un orologio solare in pietra calcarea.
Il teatro è certamente l’edificio monumentale meglio conservato della città, già noto ad Antonio da Sangallo il Giovane, che ne realizzò un primo rilievo conservato attualmente agli Uffizi, e che ancora nel corso del XIX secolo fu oggetto sia di spoliazioni (anche per costruire l’attuale ponte sul Potenza) sia dell’avvio di scavi ed indagini scientifiche. Fu interamente edificato in area pianeggiante: realizzato in opus testaceum, era largo nel punto di massima estensione mt. 71,82 e si conserva attualmente per un’altezza di circa 7 mt.. La cavea era divisa dalla praecintio in due ordini di gradinate, all’inferiore delle quali si accedeva attraverso cinque fornici, alla superiore attraverso sei fornici. Dodici porte architravate davano accesso agli ambienti di servizio, nei sottoscala della gradinata superiore, mentre tutto l’edificio era circondato da un portico largo mt. 2,7, di cui si conservano solo alcune basi dei pilastri su cui si appoggiavano semicolonne.
All’orchestra, che aveva un diametro di mt. 20,6, si accedeva attraverso due aditus che separavano la cavea stessa dal pulpitum della scaena e dai due parascaenia: gli aditus, sopra i quali si situavano i tribunalia, erano decorati con pilastri incavati. All’interno dell’emiciclio dell’orchestra era sistemato anche il primo ordine di gradini destinato alle autorità: una notizia ricorda che il pavimento era rivestito in mosaico.
L’edificio scenico, di forma rettangolare, era lungo mt. 40,4, il palcoscenico aveva una larghezza di mt. 6; a mt. 12,4 dal fondo dell’esedra centrale il pulpitum conserva ancora alcuni dei pozzetti quadrati utilizzati per sostenere l’auleum. Il muro della frons scaenae presenta tracce degli incassi delle travi che sorreggevano il piano ligneo del palcoscenico, a ca. mt. 1,5 dal piano dell’orchestra. La scaenae frons, in buono stato di conservazione, della cui decorazione alcuni frammenti sono tuttora visibili in crollo, presentava la porta regia caratterizzata da un’esedra semicircolare, mentre le hospitales erano inquadrate da nicchie rettangolari – in un caso ancora visibili –, pavimentate con pianelle e decorate superiormente da una serie di nicchie rettangolari. Soprattutto grazie alle descrizioni degli autori ottocenteschi riusciamo a definire una scaenae frons su due ordini, movimentata da colonne che inquadravano le nicchie, con incassi destinati forse a contenere bassorilievi e nicchie racchiuse fra colonne che decoravano due avancorpi ai lati della porta regia; solo in alcuni casi il tutto era rivestito di crustae marmoree.
La parete posteriore era formata da un prospetto architettonico ripartito su nove nicchie, tre della quali inquadrano le porte, tanto imponente da far ipotizzare che il postscaenium, che ne copre la visuale, sia un’aggiunta posteriore. Quest’ultimo si configura come un ambiente rettangolare, lungo mt. 49 e largo da mt. 5 a 7,5, stretto fra il muro posteriore ed un muro alto attualmente mt. 9. Ai lati della scaena e comunicanti con essa, si trovano infine i due grandi ambienti quadrati dei parascaenia, che prospettano con ogni probablità sul postscaenium attraverso una serie di pilastri. L’edificazione del teatro è collocabile nella prima metà del I secolo, dopo l’età augustea, mentre probabilmente in età severiana, in parallelo con la deduzione della colonia, furono avviati lavori di restauro dell’edificio stesso, mai condotti a termine.
Se le strutture fino ad oggi individuate sembrano definire con una certa precisione il limite della città tardo-repubblicana ed imperiale, una possibile contrazione dell’area urbana nel corso del IV sec. può essere indicata dal ritrovamento di alcune tombe in strati superficiali, in corrispondenza degli scavi AGIP (forse una di un bambino all’interno di un dolio) e degli scavi in proprietà Foglia. Il centro urbano della città si colloca nell’area occupata dal teatro e dalle terme scavate nel 1873, ad est del diverticolo della Flaminia che, come detto, con ogni probabilità fungeva da decumano massimo, anche se gli elementi a nostra disposizione non sembrano indicare la presenza di un impianto regolare.
Le necropoli sono state localizzate ad ovest della città, dove sono state scoperte nel corso del tempo alcune sepolture e strutture murarie connesse generalmente a monumenti funerari. Il ritrovamento di maggior rilievo è quello di 150 blocchi di pietra in gran parte calcarea e marmo, quasi tutti scolpiti e decorati, avvenuto negli anni 1966-1967, nel corso di lavori di cava nell’alveo del fiume Potenza, dove erano stati riutilizzati forse in età medievale come argine. Essi hanno permesso di ricostruire almeno 6 monumenti funerari di diversa tipologia: ad edicola, ad edicola prostila su podio, a tamburo su podio rettilineo, ad edicola periptera su podio, oltre che un’ara funeraria, una stele ed un sepolcro a recinto. Attualmente i frammenti sono conservati sotto una tettoia nei pressi del teatro.
– Edicola distila prostila a parete piena su podio, con soffitto decorato con lacunari. Di essa si conservano parti della trabeazione, decorata con un fregio a festoni di foglie e frutta sostenuti da teste taurine, vitte e maschere tragiche, del frontoncino, con testa di medusa, spade e clipei, e dei lacunari; tale apparato decorativo, datata fra l’età repubblicana ed imperiale, è stato attribuito ad un blocco di cementizio che segna il limite della città.
– Monumento a tamburo su podio, del diametro di circa 2,5 mt., del quale sono visibili anche tre blocchi decorati con testa taurina e fregio continuo. Probabilmente era formato dalla sovrapposizione di più corpi, di cui quello inferiore quadrangolare, quello superiore cilindrico.
– Edicola periptera su podio, provvista di quattro colonne, della quale rimane l’intera trabeazione, composta da architrave con kyma lesbio e fregio a foglie d’alloro racchiuse fra due listelli. Il monumento, probabilmente mai terminato, è databile ad età severiana.
– All’incirca alla stessa epoca va riferita la stele di Erennia Cervilla, che ricorda la vita della defunta in forma metrica.
– L’ara di Quinto Petrusidio, iscritta sulla fronte, ricorda la precoce morte di un bambino di due anni, cui il padre, liberto e seviro augustale, ed il fratello dedicarono il monumento nel corso del I sec. : con ogni probabilità l’ara si collocava al centro di un recinto funerario.
– Una lastra calcarea, infine, ricorda la presenza nella necropoli ricinense di un recinto (del quale sono forse stati individuati alcuni blocchi), che racchiudeva un’area funeraria.
Viste l’area del ritrovamento e la presenza di resti di murature, è plausibile pensare che essi provenissero da un’area estremamente vicina, nella quale si deve pertanto collocare la seconda necropoli della città.

Tratto da Archeologia Macerata.

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