Località Rambona

La località di Rambona è situata a 3 km ad ovest di Pollenza, nella media valle del fiume Potenza. Il toponimo Rambona, che appare nella forma Arabona in un diploma di Berengario dell’898, è stato interpretato dalla maggior parte degli studiosi come corruzione del termine latino Ara Bonae o, meglio, Ara Bonae Deae. La località sarebbe stata dunque sede di un culto romano, diffuso sin dai tempi antichi a Roma e in Italia centrale, dedicato alla Dea Bona, dea della fertilità della terra, della fecondità e della salute, i cui santuari si trovavano in ambiente rurale ed in luoghi ove fossero presenti acque salutifere. Un’altra interpretazione si allontana dall’etimologia sacrale e riconduce il toponimo invece ad un idronimo non latino, sulla base del confronto con i toponimi di S. Maria d’Arabona in Abruzzo, lungo la valle del Pescara, e Arrabona o Arrabone oggi Raab nel Norico sul fiume Arrabo, riconducibili alla radice ar classificata come base idronimica preindoeuropea. La classificazione tra gli idronimi sembra plausibile anche perché queste tre località sorgono tutte in prossimità di corsi d’acqua.
Il territorio rambonese mostra tracce di frequentazione sin dalla fase appenninica tarda: l’insediamento, individuato in località Camponero, presso la confluenza di due fossi a poca distanza dal fiume Potenza, probabilmente aveva carattere agricolo, dato il rinvenimento, oltre a frammenti di intonaco di capanna, di una zappetta di corno di cervo e di una macina in arenaria. Dalla stessa località proviene anche un’ansa di bronzo picena ascrivibile alla fine del V secolo a.C., unica testimonianza per Rambona dell’età picena, ben documentata tuttavia nelle altre località della media valle del Potenza. Più numerose sono invece le testimonianze archeologiche ed epigrafiche relative all’epoca romana, anche se ancora insufficienti per l’individuazione di un insediamento romano a Rambona di recente ipotizzato dagli studiosi; potrebbe trattarsi, infatti, più di un popolamento sparso che di un centro romano vero e proprio. In località Campetella, ad esempio, sono emersi materiali ceramici e laterizi romani, nelle vicinanze dell’Abbazia di S. Maria di Rambona sono stati rinvenuti frammenti di marmo, un peso romano con croce greca ovvero con la nota ponderale corrispondente a dieci libbre, una punta di lancia romana, una lucerna ed una tegola con bollo VARRO[—], marchio di una figlina finora sconosciuta, databile probabilmente nel I sec.
Luca Fanciulli, erudito settempedano del ‘700, tramanda la notizia del rinvenimento tra l’Abbazia ed il fiume di una considerevole quantità di strutture murarie, segnalazione piuttosto vaga che tra l’altro non conferma la pertinenza cronologica dei resti all’età romana.
Per quanto riguarda la viabilità antica, non si hanno fonti itinerarie o evidenze archeologiche che documentino l’esatta localizzazione della rete viaria che assicurava i collegamenti tra l’area e gli altri centri del Picenum.
I materiali di età romana più interessanti sono quelli riutilizzati e conservati nella cripta della Abbazia di S. Maria di Rambona: due fusti di colonne di tipo ionico, due frammenti architettonici di cui uno con fregio a palmette e l’altro con fregio a girali e due capitelli di tipo corinzio, uno dei quali funge da base all’altare maggiore. Non è possibile però documentare la provenienza di questi reperti, che pertanto potrebbero essere stati asportati da un centro vicino per un utilizzo come materiali da costruzione al momento dell’edificazione dell’Abbazia. La stessa incertezza si ha anche per le iscrizioni reimpiegate nelle strutture murarie della chiesa o conservate nella cripta: essendo infatti quasi tutte iscrizioni funerarie di personaggi umili, non offrono alcun indizio per la conoscenza della comunità di appartenenza o della pertinenza municipale di Rambona. Solo un’iscrizione menziona una carica sacerdotale di tipo municipale cioè del sevirato, forse augustale.
Per verificare la presenza di strutture di epoca romana e per individuare le fasi edilizie dell’Abbazia di Rambona, che è stata fondata in età tardo-carolingia ed ha subíto nel corso dei secoli numerose manomissioni (è ancora oggi suddivisa in due tronconi, quello anteriore fa parte della villa Antonelli Incalzi, quello posteriore è la parte della chiesa ancora officiata che comprende il presbiterio triabsidato sopraelevato e la sottostante cripta), sono stati condotti nel 1981 da Aldo Nestori alcuni interventi di scavo. Oltre al rinvenimento di muri, strutture e pilastri romani, dalla ricognizione degli ambienti sotterranei della proprietà del conte Antonelli Incalzi è venuto in luce un monumento ipogeo interpretato da Nestori come piccolo santuario, databile in un’epoca precedente alla costruzione della chiesa, scavato nella roccia argillosa e dedicato al culto delle acque e forse proprio al culto della Bona Dea. Successivamente è stato trasformato nella sua natura da pagano a cristiano, come attesta il fatto che un tempo era in comunicazione con la chiesa attraverso la scala della cripta.
La Soprintendenza per i Beni Architettonici ed il Paesaggio delle Marche ha di recente effettuato interventi di restauro e di ricerca volti a definire le fasi costruttive dell’Abbazia, la pianta originaria e la destinazione d’uso delle strutture nella parte anteriore dell’edificio di proprietà Antonelli Incalzi. Le ricerche archivistiche, lo studio dei reperti e l’analisi delle strutture e delle fasi costruttive condotti dal CNR sono ancora inediti; tuttavia le prime risultanze degli interventi di scavo sono state rese note in occasione dell’allestimento nel presbiterio dell’Abbazia della mostra «S. Maria di Rambona (IX-XI) 1902-2002 un secolo di restauri». La chiesa è probabilmente ascrivibile alla fondazione tardocarolingia di Ageltrude, che portò in questa località l’istituzione monastica benedettina, avvenimento ricordato dal famoso dittico eburneo di Rambona oggi ai Musei Vaticani; per quanto riguarda la pianta originaria, la chiesa era a navata unica, con una profonda abside affiancata da due sacelli rettangolari anch’essi absidati e aperti verso la navata ognuno con una grande arcata laterale. Per le attestazioni di epoca romana si confermano probabili testimonianze di un insediamento di età classica nel territorio rambonese sia la decorazione scultorea riutilizzata in parte nell’edificio romanico, sia l’ipogeo cruciforme che mostra segni di manomissioni e di ristrutturazioni per un riutilizzo forse come cripta nella fase più antica della chiesa.

Tratto da Archeologia Macerata.

Condividi