Città di Trea

La città di Trea, situata lungo la media valle del Potenza al centro di una zona collinare frequentata fin da età preistorica e protostorica e collegata ai principali insediamenti romani della regione attraverso uno dei percorsi viari più efficienti della rete stradale romana costituito dal diverticulum della Flaminia Prolaquense, già probabile sede di uno dei distretti prefettizi sorti nell’agro piceno dopo la conquista romana del 268 a. C., fu fondata come municipio a costituzione duovirale, ascritto alla tribù Velina, intorno alla metà del I sec. a.C., nel quadro delle vicende che fecero seguito alla guerra sociale e che portarono ad una profonda trasformazione dell’assetto del territorio, determinando una svolta incisiva nella vita politica, economica e sociale della zona.
Il più antico documento per la storia di questo municipio romano è costituito da una iscrizione che menziona un intervento del duoviro C. Decumius che provvede de pecunia sua alla realizzazione di una statua dedicata alla Vittoria: fig. 1. Tale iniziativa bene testimonia come il fenomeno di intensa partecipazione dei ceti superiori al fervore di attività edilizia e di potenziamento urbano abbia interessato anche Trea, ancor più poi se – come è stato ipotizzato a proposito della iscrizione C.I.L. IX, 5656 – nel promuovere la costruzione della basilica cittadina fu un personaggio della stessa gens a svolgere un ruolo centrale. Nella città o nel suo territorio inoltre è attestata la presenza di proprietà della famiglia dell’imperatore, cui doveva attendere un liberto imperiale di nome Hiberus, che trova sepoltura alla fine del I sec. nell’area dell’agro municipale (C.I.L. IX, 5666). La sicura localizzazione del municipio sul pianoro dove sorgono la Chiesa e il Convento del SS. Crocifisso, circa un Km ad ovest della città attuale, ai lati della strada che conduce alla frazione di San Lorenzo, più che dalle scarse evidenze archeologiche è stata resa possibile dalle informazioni fornite dalle fonti itinerarie e soprattutto grazie al precoce interesse per le antichità maturato presso gli eruditi locali che, già a partire dalla seconda metà del XVI secolo, e poi ancora nel corso del Seicento e Settecento, attestano di cospicui rinvenimenti di strutture e materiali di natura archeologica ed epigrafica provenienti proprio da quell’area. Tra i personaggi di maggior spicco si annovera la figura dell’insigne storiografo treiese Fortunato Benigni (1756-1831), cui va riconosciuta l’iniziativa di aver praticato nel 1791 una prima indagine di scavo all’interno dell’area urbana, che condusse all’identificazione di tratti della cinta muraria, di mosaici ritenuti pertinenti ad un presunto tempio e dell’edificio basilicale: quest’ultimo, di cui rimane anche una pianta, individuato sul terrazzo superiore, nel settore nord-ovest della città ove pertanto doveva trovare ubicazione anche il foro, è posto in stretta connessione con un asse stradale con orientamento sud-ovest/nord-est da identificarsi come decumanus maximus, rappresentato dal tratto urbano del diverticolo della Via Flaminia che in uscita dalla città ad est si dirigeva verso Auximum. Un altro allineamento leggermente diverso risulta poi documentato dalle strutture murarie messe recentemente in luce nell’area del SS. Crocifisso ed orientate nord-sud/est-ovest. Le uniche emergenze monumentali ancora in evidenza risultano brevi tratti della cinta muraria inglobati in una casa colonica con annessi rustici, nei pressi della località denominata “Mura Saracene”, in corrispondenza della porta ovest: costruiti in opus caementicium, presentano un paramento in opus quasi reticolatum con blocchetti quadrangolari di calcare locale di varie dimensioni e di fattura alquanto rozza. Per quanto leggibile risulta il tracciato delle mura sul lato nord-ovest del pianoro, più problematica resta l’individuazione del lato orientale che doveva peraltro inglobare l’area compresa oggi nel complesso santuariale del SS. Crocifisso, mentre a sud, ove si accentua una lieve pendenza del terreno, probabilmente seguiva il declivio del terrazzamento naturale. Quanto all’epoca della loro costruzione, considerazioni di ordine storico e la tecnica edilizia adottata suggeriscono una datazione tra l’età triumvirale e gli ultimi decenni del I sec. a.C., quando il Liber Coloniarum ci informa che il territorio di Trea fu sottoposto ad assegnazioni viritane, in una fase pertanto di pianificazione complessiva che comprende insieme area urbana e territorio. Grande risalto topografico risulta poi avere rivestito, nell’ambito dell’assetto urbano, l’area a sud-est della città, ove sorge il Santuario del SS. Crocifisso, già annoverata dagli eruditi locali come luogo ricco di acque, sede di strutture erroneamente identificate come di natura termale e contrassegnato nel corso del tempo da cospicui rinvenimenti avvenuti in concomitanza con le periodiche opere di ristrutturazione e ammodernamento dell’edificio chiesastico e dell’annesso convento, culminate con l’esecuzione di un nuovo piano progettuale affidato all’architetto Cesare Bazzani di Roma, che tra il 1905 e il 1915 porterà il complesso ad assumere la fisionomia attuale. I significativi rinvenimenti di materiali archeologici effettuati in quest’area, a partire dalla fine del XVI secolo, come l’epigrafe di Lucretia Sabina che fece a sue spese la messa in opera di fistulae per portare acque al tempio di una Domina, di una testa marmorea turrita di Serapide (oggi conservato presso l’Antiquarium Comunale, attualmente in fase di riallestimento), ed ancora di statuette di manifattura egizia in diorite (appartenenti a cinque figure diverse di cui alcune molto frammentarie) che si connotano per l’abbigliamento e gli attributi come figure regali e la cui produzione si fa risalire ad età tardo-tolemaica (III sec. a.C.), avevano già fatto supporre l’esistenza di un Serapaeum a Trea, ovvero di un santuario di divinità egizio-orientali, senza peraltro poter con sicurezza giungere alla identificazione del luogo di culto. A quest’ultima si è pervenuti nel corso di una indagine di scavo effettuata negli anni 1985-1988 dall’Università di Macerata che, intervenendo proprio nell’area dell’orto del convento francescano, a seguito della fortuita scoperta di una lacerto musivo policromo con motivi figurativi, tra cui un uccello esotico riconoscibile come un ibis, tipico dell’iconografia nilotica, e direttamente collegato al culto di Serapide ed Iside, ha potuto evidenziare una serie di ambienti orientati nord-sud. Questi sono caratterizzati da pavimentazione musiva ed intonaci parietali dipinti, collegati a bacini, cisterne e ad una intricata rete di condotti idrici, secondo la disposizione di un lato di una vasta corte intorno ad un’area, il cui fulcro doveva essere costituito da un piccolo edificio templare su podio, con cella pressoché quadrata; quest’ultima è stata riconosciuta in quel che resta del basamento della torre campanaria dell’antica pieve, ancora visibile all’interno del chiostro del convento, a rappresentare la tipologia architettonica caratteristica dei templi di culto egizio in Occidente. Questi infatti, pur essendo costruiti secondo l’architettura greco-romana conservavano tra gli elementi tipicamente egizi l’isolamento strutturale, arredi di tipo egizio utili a ricreare un’atmosfera esotica e tra le caratteristiche più peculiari bacini di abluzione, vasche, cisterne collegati ad un’uso abbondante dell’acqua che rappresentava, nei macchinosi rituali, lo strumento salvifico tipico della pratica del culto di Iside e Serapide. Ai fini della attribuzione cronologica del complesso santuariale treiense fondamentale risulta l’inquadramento storico-stilistico dei materiali emersi da tale contesto come l’epigrafe di Lucretia Sabina, la testa con modio di Serapide appartenente al simulacro di culto, e il mosaico policromo rinvenuto al di sotto dell’edificio conventuale, che orientano la datazione verso la tarda età adrianea – primo antonina, intorno alla metà del II secolo, momento d’altra parte nel quale viene attestata in tutto l’impero romano una forte ripresa ed espansione dei culti egizi, rispondenti alle istanze interiori del tempo, che trova riscontro anche in numerose altre testimonianze di area adriatica: il culto è documentato ad Asculum Picenum, Auximum, Ricina nel Piceno e in numerose località dell’antico Abruzzo. Interessanti dati epigrafici, permettono inoltre di riconoscere in taluni personaggi di origine treiese inequivocabili, e non certo casuali, legami con l’Egitto, come nel caso dell’attidiese Gaio Camurio Clemente, epistratego in Egitto sotto Traiano e patrono di Trea (C.I.L. IX, 5669) e di Quinto Ramnio Marziale, praefectus Aegypti sotto Adriano tra il 117 e il 120 (C.I.L. IX, 5665), i quali devono aver favorito, insieme ad altri diversi fattori di n
atura idrogeologica, economica e sociale, la veicolazione e l’impianto dei culti stessi nel sito. La documentazione archeologica permette inoltre di attestare una continuità di vita e frequentazione del municipium, anche oltre il VII sec., pur in un contesto ormai fortemente ridimensionato e degradato, in cui il principale luogo di aggregazione è rappresentato dall’area di culto che, trasformatasi da santuario pagano in pieve cristiana (dedicata a S. Giovanni Battista), continua a svolgere un ruolo catalizzatore rispetto al nucleo urbano (e rurale) superstite per tutto l’alto Medioevo, almeno fino al momento della costituzione del nuovo centro fortificato di Montecchio, intorno al Mille, e mantenendo comunque dall’età romana fino ai nostri giorni la destinazione religiosa: tra l’altro la denominazione dell’ Ecclesia Sancti Joannis Plebis de Trea ha consentito di tramandare nei secoli fino a noi il nome e la memoria dell’antica Trea. Per quanto concerne poi il suo territorio va rilevato come la distribuzione degli insediamenti privilegiasse una organizzazione intorno alle più importanti direttrici viarie e lungo il corso del Potenza che, percorrendo il fondovalle, fungeva anch’esso da via di comunicazione.

Tratto da Archeologia Macerata.

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