Città di Prolaqueum

Prolaqueum (Pioraco) sorge in una zona di straordinario interesse geomorfologico e storico. Il paese, infatti, è situato all’imbocco della gola omonima nell’alta valle del Potenza, nel punto in cui la vallata, dopo la confluenza del Potenza con il Torrente Scarzito, si restringe in una suggestiva gola scavata dal fiume stesso tra i due massicci di Monte Gemmo e di Monte Primo; un’analoga vallata, modellata dall’erosione dello Scarzito tra Monte Primo e Monte Gualdo, si apre alla periferia meridionale della cittadina. Anticamente entrambe le valli erano colmate da laghi ancora esistenti al tempo di Isabella d’Este Gonzaga, la quale visitò questi luoghi nel 1494, quando era ospite dei Da Varano, ma intorno al 1660 i due bacini erano ormai ridotti a stagni. Sicuramente almeno uno dei due laghi, quello formato dal fiume Potenza, esisteva già in epoca romana, come risulta testimoniato dal poleonimo antico Prolaqueum, che suggerisce una realtà lacustre.
Il nome del centro romano è tramandato da una sola fonte antica, l’Itinerarium Antonini, che indica il tracciato del ben noto diverticolo Prolaquense della Flaminia e ricorda la distanza di XVI miglia di Prolaqueum da Septempeda. Nel tratto che da Dubios conduceva a Prolaqueum la Flaminia correva lungo il lato sinistro della vallata, costeggiando il lago e scavalcando il Potenza in prossimità dell’attuale abitato, attraverso il ponte Marmone. Non si hanno indicazioni circa la posizione amministrativa di Prolaqueum, posta in territorio umbro ed assegnata alla Regio VI nella divisione augustea. Considerata la sua posizione geografica, doveva costituire un nodo stradale di grande importanza nel punto di incontro di ben tre fondamentali tracciati viari, Passo del Termine, Passo Cornello (alta valle del Potenza) e Bocchetta della Scurosa (valle dello Scarzito), che ricalcavano il sistema viario già esistente in epoca pre-prototostorica. L’area infatti dovette rivestire un ruolo di primaria importanza forse già a partire dall’Età del Bronzo, come attestano i rinvenimenti di Monte Primo, fino ad epoca immediatamente preromana. Prolaqueum doveva costituire quindi una grande mansio stradale, probabilmente dipendente dal vicino municipium di Camerinum, ubicata in punto nodale del diverticolo, quello dell’attraversamento del Potenza all’imbocco della gola. Sulla base della presenza di strutture e di resti di notevole consistenza, accanto a numerose notizie di ritrovamenti avvenuti in passato, recenti studi urbanistici e scavi archeologici hanno rivelato l’esistenza di un insediamento romano di una certa entità. Di particolare interesse è una pianta con la localizzazione dei resti romani e medievali, disegnata nel 1878 da Leonello Spada, naturalista e geologo osimano, ora conservata nell’ufficio del sindaco a Pioraco. Della strada romana sono oggi rimasti soltanto due tratti osservabili accanto alla attuale SS 361: il primo, assai breve, per chi viene da Fiuminata è ubicato nei pressi della chiesetta di Madonna della Grotta, sotto la sporgenza della roccia localmente denominata “Mascione” (da mansio ?), che la tradizione popolare riteneva una “colonna miliaria” recante incisa la distanza di XVI miglia da Prolaqueum a Septempeda (attualmente sulla roccia non sono conservate tracce epigrafiche); il secondo tratto, assai più consistente, si trova nei pressi del ponte Marmone, all’ingresso della città vecchia. La strada, ricavata tagliando i banchi di roccia che delimitavano il lato sinistro della valle, correva ad un livello notevolmente superiore rispetto alla viabilità attuale, verosimilmente a causa della vicinanza del lago. Ancora nella prima metà dello scorso secolo si potevano osservare due tratti sovrapposti della strada, che evidentemente era stata rialzata forse per renderla più sicura dalle acque, ed i solchi lasciati dai carri sul piano roccioso. L’asse viario varcava poi il Potenza sul ponte Marmone ed entrava in città: il ponte romano era costruito con blocchi di calcare travertinoide di media grandezza e, nonostante i vari restauri subiti dovuti alla sua utilizzazione fino alla costruzione del moderno ponte sulla Statale, sono ancora originali parte della pila orientale e il primo filare di blocchi soprastanti, corrispondente al piano d’imposta dell’arcata, nonché forse parte della pila occidentale. Sul monumento è murato un calco (l’originale si trova ora nell’atrio del Palazzo Municipale) dell’unica epigrafe (C.I.L. XI 5642) restituita da Pioraco, rinvenuta al di sotto del ponte stesso, che conserva una dedica onoraria degli anni 33-32 a.C. ad Ottaviano, quale patronus della omaggiante comunità prolaquense. Circa cento metri a valle del ponte Marmone, in Via della Cartiera si possono osservare i resti di una considerevole struttura in opus quadratum, costituito da tre filari di grandi blocchi di calcare travertinoide, presumibilmente resti di una sostruzione legata alla viabilità. La Flaminia probabilmente doveva scendere a valle, attraversando l’interno della città, con un percorso simile a quello dell’odierna Via Camellaria e riportarsi quindi sulla sinistra del Potenza, superando il fiume in prossimità dello stabilimento Miliani su di un altro ponte, noto come Ponte Ventoso. Questo secondo ponte nella sistemazione odierna è il risultato di un restauro eseguito alla fine dell’800, il quale incorporò un ponte cinquecentesco che a sua volta recava resti di una struttura precedente quasi certamente di età medievale o forse romana. Ancora nella prima metà del secolo scorso era osservabile nei pressi del ponte Ventoso una poderosa sostruzione stradale a blocchi parallelepipedi oggi non più esistente, mentre altre possenti strutture a grandi blocchi, sempre riferibili a sostruzioni stradali, furono rinvenute nel 1917 nel corso di alcuni lavori per ampliare una via d’accesso alle Cartiere Centrali. La presenza di un insediamento romano di una certa entità è documentata da numerosi rinvenimenti nell’area dell’attuale centro storico. Nel 1897 sul lato settentrionale della piazzetta di San Vittorino venne alla luce una struttura da attribuire probabilmente ad una cisterna o torre di distribuzione e da mettere in relazione con l’acquedotto proveniente dalle pendici di Monte Primo. Provengono dalla stessa area anche pavimenti a mosaico e tre notevoli sculture: una statua acefala di togato in marmo databile alla prima metà del I sec. (attualmente esposta nell’atrio del Palazzo Comunale), una testa-ritratto di donna in marmo databile ad età augustea e il noto piccolo kouros in marmo, rinvenuto nella corte medievale dei Da Varano (attuale Piazza Dante), di attribuzione e datazione assai controversa (se originale greco di V sec. a.C. o copia romana del I sec. ), entrambi conservati presso il Museo Archeologico Nazionale di Ancona. Altri reperti di varia epoca provenienti da quest’area sono inoltre murati nell’atrio dell’Istituto del Sacro Cuore (si segnala una cornice decorata ad ovoli ed astragali di epoca romana), mentre ai lati della porta d’ingresso della adiacente Chiesa parrocchiale di San Vittorino sono murate una lastra e una soglia di calcare.
Sempre nel 1897 vennero alla luce sotto l’ingresso laterale della Chiesa di San Francesco (sec. XIV) resti di un edificio allora attribuiti ad un teatro: la struttura non è più visibile. Nel chiostro del Convento di San Francesco sono conservati due rocchi scanalati di colonna in calcare, rinvenuti in un deposito tra Via Maestro Armanno e Via Camellaria, mentre nell’atrio del Palazzo Comunale sono conservati, oltre alla statua di togato e all’epigrafe onoraria di Ottaviano, una vasca marmorea romana ed una base pure di marmo con datazione consolare del 280, decorata sui fianchi da patera e urceus, entrambi provenienti forse dalla frazione di Seppio. Dalla zona della Cartiera Miliani provengono i resti di un edificio di considerevoli proporzioni, costruito in grandi blocchi di calcare travertinoide, del quale un frammento di rocchio di colonna a fusto liscio e due basi di colonna sono attualmente visibili nei Giardini Pubblici, assieme ad un grande rocchio a fusto liscio di calcare travertinoide proveniente invece dal deposito situato tra Via Maestro Armanno e Via Camellaria. Recenti campagne di scavo condotte dall’Università di Macerata negli anni 1990-1991 hanno messo parzialmente in luce in località Palazzo, alla periferia meridionale della cittadina, lungo la strada per Sefro, strutture di una possente opera idraulica costruita lungo e nell’alveo del torrente Scarzito e che costituiscono al momento la testimonianza più monumentale di Prolaqueum. Tali strutture sono visibili, anche se in gran parte coperte dalla vegetazione, affacciandosi dalla sponda sinistra dell’attuale ponte che conduce alla vallata di Sefro e sono formate da: un condotto idrico interamente ricavato nella roccia, un muro a nicchie tagliato nel banco roccioso e completato con gettate di opus caementicium con probabile funzione di sostruzione stradale, un’imponente opera di bonifica determinata dalla necessità di drenare le acque del lago, di cui lo Scarzito era emissario, costruita in grandi blocchi di calcare travertinoide. Dati toponomastici ed archeologici fanno ipotizzare una datazione del complesso alla seconda metà del I sec. a.C., in relazione alle assegnazioni dell’agro camerte, al quale Prolaqueum doveva appartenere, citate dai Libri Coloniarum. Questo imponente complesso di opere idrauliche sembra aver subito interventi in epoche successive. Circa 700 m a monte, nel punto più stretto della vallata, in località Malpasso, nel 1874 furono rinvenuti filari di muri costruiti in grandi blocchi, presumibilimente da riferire all’intervento di bonifica, assieme a resti di pavimentazione a mosaico e forse in opus spicatum e a frammenti di intonaci.

Tratto da Archeologia Macerata.

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