Città di Matilica

Matilica si pone all’interno di un territorio, quello dell’Alta Valle dell’Esino, caratterizzato in epoca romana da un popolamento diffuso, fatto di piccoli insediamenti sorti in funzione del municipium, sede dell’attività politico-amministrativa. I due assi viari principali della città erano strettamente connessi con la viabilità che si diramava sul territorio del municipio, in gran parte ricalcata da quella attuale. L’asse viario di fondovalle, proveniente da territorio di Camerinum, attraversava l’abitato di Matilica per tutta la sua lunghezza costituendone il cardo maximus, per poi proseguire in direzione di Tuficum. All’altezza di Porta S. Adriano, a sud – est, iniziava il tratto extraurbano della via che, passando per il territorio di Gagliole, costituiva il percorso più breve tra Matilica e Septempeda. A sud-ovest il decumanus di Via Umberto I proseguiva in direzione del territorio di Esanatoglia, attraversando la località di Crocifisso, dove sono stati rinvenuti resti di una via glareata e alcuni tratti dell’acquedotto di prima età imperiale, e da qui si inoltrava, superato il passo di Monte Gemmo, nell’Alta Valle del Potenza incontrando la Flaminia Prolaquense. Da Porta Cuoio usciva la via che, snodandosi verso nord-ovest, attraversava località Cavalieri per poi piegare ad ovest in direzione del territorio di Attidium. La città, in posizione dominante sul fondovalle, sorge a servizio di un territorio ad economia prevalentemente agricola, all’interno del quale erano dislocati insediamenti minori e strutture per le attività produttive. Si tratta di piccoli agglomerati costituiti da un unico complesso architettonico articolato quasi sempre in ambienti residenziali e in spazi produttivi, allineati lungo le direttrici viarie e in connessione con aree coltivabili interessate da divisioni agrarie. Le indagini condotte nel territorio durante gli ultimi trenta anni hanno portato alla scoperta di villae in località Case Pezze, Cavalieri, Aialunga-Fontanelle e Fonticelle.
Il centro di epoca romana è noto sin dal XVI secolo, quando le antichità di Matelica vengono ricordate nelle cronache manoscritte e nelle opere di geografi del Cinquecento, ma soltanto a partire dalla seconda metà del XVIII secolo si afferma in ambito locale l’interesse per l’antico, sotto l’impulso delle scoperte archeologiche relative al centro di epoca romana. Intorno alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso iniziano le prime indagini sistematiche della Soprintendenza per i Beni archeologici delle Marche, che hanno avuto un notevole impulso con le recenti campagne di scavo, che hanno permesso di conoscere l’antico tessuto urbano ed i numerosi insediamenti del territorio. La comunità dei Matilicates è attestata, oltre che dal passo pliniano (Nat. Hist. III, 113), anche da un bollo laterizio, mentre il poleonimo Matilica è documentato nel Liber Coloniarum (I, 240 e II, 257) e in un’epigrafe, andata perduta, riferibile ai primi secoli dell’impero (C.I.L. XI 5647). Il periodo che precede la nascita del municipio è testimoniato da livelli di frequentazione antropica databili, sulla base dei reperti ceramici e degli esemplari monetali, tra i secoli III e I a.C. Testimonianze di questa fase pre-municipale sono emerse soprattutto durante le indagini condotte in area urbana, dove l’insediamento umano si è manifestato senza soluzione di continuità dagli inizi dell’Età del Ferro, e rappresentano l’anello intermedio nel processo di urbanizzazione del territorio, con il progressivo coagularsi del popolamento in corrispondenza del terrazzo alluvionale posto alla confluenza dell’Esino e del Rio Imbrigno.
Nel I sec. a.C. Matilica diviene municipium, iscritto alla tribù Cornelia; l’attestazione della magistratura dei duoviri consente di datare l’assunzione della municipalità intorno alla metà del I sec. a.C.
Con la nascita del municipio il sito, adatto all’insediamento, essendo difeso naturalmente almeno su tre lati e in posizione dominante sulla vallata fluviale, vede la progressiva formazione del centro urbano.
Le epigrafi relative al municipio non sono anteriori, comunque, ai primi due secoli dell’impero. Tra le lapidi finora note, distribuite tra il Palazzo Comunale, Palazzo Ottoni e il Museo «Piersanti», un gruppo limitato contiene iscrizioni riguardanti l’organizzazione del municipio, in cui vengono menzionati un personaggio di rango senatorio (C.I.L. XI, 5645), i decuriones, membri del senato cittadino, i duoviri, il patronus municipii (C.I.L. XI, 5646: epigrafe di Caius Arrius Clemens), i seviri augustales (C.I.L. XI, 5652). Un’iscrizione ricorda un intervento realativo ad un’opera pubblica, probabilmente all’acquedotto (C.I.L. XI, 5650); decisamente prevalente è il numero delle epigrafi funerarie (C.I.L. XI, 5648-5649;5653-5660a, cui si aggiunge una stele da S.Venanzo). A partire dal III sec. il centro risente della crisi politico-economica del tardo impero, mantenendo, comunque, il carattere urbano e divenendo sede vescovile tra V e VI secolo.
In questo periodo la topografia urbana non subisce profonde modifiche; i cambiamenti più evidenti si manifestano nell’edilizia residenziale (domus), dove è riscontrabile un lento decadimento delle strutture, con un progressivo abbandono degli edifici, utilizzati sempre più come luoghi di frequentazione occasionale o riadattati per scopi prettamente funzionali. Nei secoli X e XI si assisterà ad una ripresa dell’insediamento nell’area, con la presenza di numerose fosse per l’immagazzinamento di derrate alimentari (pozzi granari), ricavate all’interno degli edifici e delle strutture della prima età imperiale riutilizzati come spazi abitativi.
La documentazione epigrafica e le emergenze archeologiche indicano nel periodo compreso tra il I e il II sec. il maggiore sviluppo urbanistico e architettonico. Dell’antica cinta muraria non è emerso finora alcun tratto e risulta difficile ricostruirne l’intero percorso, anche per le continue sovrapposizioni urbanistiche. L’estensione dell’abitato è deducibile pertanto dalle linee morfologiche del terreno e dalla distribuzione dei ritrovamenti.
Dall’analisi dei dati emersi, l’impianto di Matelica romana non si presentava del tutto regolare, essendo fortemente condizionato dalla situazione morfologica poco uniforme del terrazzo alluvionale su cui sorge e dalla presenza di un insediamento più antico. Nell’ambito della viabilità urbana, l’asse centrale longitudinale era costituito dalla strada di fondovalle che attraversava la città da nord a sud, costituendo la via principale sulla quale si innestava il reticolo viario interno. I due tratti di lastricato stradale emersi lungo Corso Vittorio Emanuele II e in Via Umberto I, identificabili rispettivamente con un cardo e un decumanus, convergono nell’attuale Piazza E. Mattei, corrispondente in antico al foro. L’ubicazione del foro in questo punto della città, oltre al riscontro con la continuità urbanistica, trova conferma nelle dimensioni modulari dell’area di 2 actus x 1,5 actus circa e nella presenza di sostruzioni lungo il lato est, realizzate per contenere la scarpata e per delimitare allo stesso tempo uno spazio a carattere pubblico.
Nell’ambito dell’edilizia pubblica l’unico edificio finora attestato è l’impianto termale emerso al di sotto del Teatro Comunale. I lavori di ristrutturazione intrapresi nel 1983 all’interno dell’ottocentesco Teatro Comunale hanno infatti offerto l’occasione per indagare l’area sottostante dove sono emersi, oltre ai resti della struttura della tarda Età del Ferro, alcuni ambienti relativi ad un impianto termale della prima età imperiale. Nella zona che si sviluppa al di sotto della platea sono stati evidenziati muri in opera laterizia e tratti di cocciopesto relativi ai piani pavimentali. Gli ambienti maggiormente conservati sono emersi più a sud, nell’area resa visibile al di sotto del palcoscenico: questi delimitano due vani a pianta rettangolare (lungh. m 9,30; largh. m 3,30-3,80), contigui, con il piano formato da tegole bipedali su cui poggiano resti di suspensurae di mattoni bessali, poste a sostenere un pavimento, non conservato, che chiudeva dall’alto l’ipocausto. Gli ambienti riscaldati dovevano essere collegati mediante un sistema di condotti, non più rintracciabili, alla zona del praefurnium, collocabile presso il limite sud dell’area, come rivelano le ampie zone di bruciato e i grossi blocchi di breccia cementata utilizzati nella struttura come materiale lapideo refrattario. Ai due vani con suspensurae si affiancano verso nord altri due ambienti di dimensioni inferiori, di cui quello più ad ovest (lungh. m 5,80; largh. m 4), con mosaico di tessere bianche, posto ad una quota inferiore rispetto al piano di calpestio degli ambienti adiacenti, è identificabile con una vasca. Resti di un’altra vasca rivestita in cocciopesto sono visibili presso il limite nord-ovest dell’area insieme ad altri tratti di pavimento a mosaico di tessere bianche. Lungo il lato est si conserva un tratto di condotta fognaria con copertura di tegole poste «alla cappuccina», paramento interno in laterizi e fondo di tegole bipedali.
Gli scavi condotti successivamente lungo la via che costeggia il teatro (Via Umberto I) hanno permesso di rintracciare gli ambienti di ingresso alle terme con ampie soglie di pietra calcarea.
Per il resto, si hanno testimonianze monumentali relative a singole abitazioni (domus), ubicate principalmente in corrispondenza degli assi viari e dell’area del foro. Le numerose circostanze in cui è stato possibile esplorare il sottosuolo di Matelica in questi ultimi anni hanno permesso infatti di individuare in diversi punti dell’area urbana ambienti relativi a domus, in diversi casi parzialmente conservati o non completamente evidenziati per i limiti imposti dalla continuità urbanistica. Resti di almeno tre ambienti sono venuti in luce in Via S. Maria, uno dei quali presenta il pavimento a mosaico di tessere bianche e nere recante un motivo di triangoli e crocette. Ambienti con mosaici geometrici e figurati sono emersi e in parte resi visibili al di sotto delle strutture medievali di Palazzo del Governo. Questi facevano parte di una domus di II sec. a ridosso della quale si sviluppava, lungo il lato ovest, nell’adiacente Piazza Leopardi, una pavimentazione a lastroni di pietra calcarea collegata ad un’area porticata. Nella parte sud della città, orientati con il cardo, sono alcuni resti di ambienti con mosaici a tessere bianche e con schema geometrico di tessere bianche e nere riferibili alla metà del II sec. Il pavimento maggiormente conservato, emerso lungo il lato est di Piazza Garibaldi, presenta un tappeto musivo di losanghe disposte a stella, raccordate da quadrati con esagoni iscritti e da quadrati con rosone di nastri intrecciati e nodo di Salomone; lungo i bordi esterni figurano triangoli singoli, disposti a piramide e motivo di doppia torre. Nelle immediate adiacenze di Piazza Garibaldi, in corrispondenza dell’area di Palazzo Chierichetti, lo scavo estensivo seguito alla demolizione del Palazzo ha consentito di evidenziare gli ambienti di una domus, piuttosto estesa, sviluppatasi tra I e III sec. All’interno di un’area che presenta lungo i lati nord ed ovest portici con colonne di mattoni a sezione di cerchio rivestite in stucco, tamponati successivamente da tratti di muratura in opus mixtum, si articola una serie di ambienti delimitati da muri in paramento laterizio, con mosaici a tessere bianche e nere disposte a formare delle fasce intorno ad un fondo bianco, motivi a clessidra e stelle di losanghe, e file di crocette; un breve tratto di mosaico policromo reca un elaborato motivo a stuoia di tessere nere, bianche, verdi e rosa.
Alla presenza dell’impluvium, con il fondo in lastre di pietra calcarea delimitato da lastre di maggiore spessore modanate su un lato, è legato il complesso sistema di condotte in muratura, con tegole e mattoni posti «alla cappuccina» e in piombo concentrate presso l’angolo sud-ovest dell’area. Brevi tratti di pavimentazione musiva e in cotto sono emersi al di sotto della sede stradale di Via Beata Mattia.
In occasione dei lavori di ristrutturazione che hanno interessato l’area sottostante la corte e il piano seminterrato di Palazzo Ottoni, effettuati a più riprese tra il 1987 e il 2000, sono emersi cinque ambienti riferibili ad una domus della metà del II sec., con pavimenti decorati da mosaici geometrici policromi, a tessere bianche e a tessere bianche e nere. Le strutture murarie in opera laterizia, a cui aderiscono, a livello dello zoccolo, resti di superficie pittorica ad affresco, proseguono a livello di fondazione nel piano seminterrato del palazzo, dove sono presenti un tratto di muro in cementizio con basamento di colonna in pietra calcarea e resti di sostruzioni con funzione di contenimento della scarpata soprastante sul lato ovest.
Lo schema decorativo dei mosaici dei due ambienti laterali (lungh. m 5,10; largh. m 3,40), allineati lungo il lato est presenta una cornice di fasce nere e rosa che delimita il tappeto centrale costituito da un motivo di stelle ad otto losanghe separate da quadrati di punta e rettilinei riempiti da quadrati convessi. Le stelle generano dei rettangoli multipli di tessere rosa, verdi e bianche disposti ad ottagono, entro i quali quattro esagoni allungati contengono ciascuno due coppie di losanghe e un piccolo quadrato con il nodo di Salomone. Gli esagoni delimitano un quadrato recante al centro quattro cerchi allacciati che formano un motivo di boccioli bilobati alternati a foglie lanceolate. Lo stesso schema decorativo si ripete nell’ambiente centrale (lungh. m 5,10; largh. m 6) ed è delimitato sui lati nord e sud da fasce di rettangoli profilati in nero. Resti di un quarto ambiente con pavimento a mosaico di tessere bianche sono emersi all’estremità nord.
Gli ambienti disposti lungo il lato est erano collegati mediante delle aperture, in corrispondenza delle quali si conservano lo soglie in pietra calcarea, ad un vano che si sviluppa in lunghezza lungo il lato ovest, identificabile con un corridoio o un tratto di portico (lungh. m 14; largh. m 1,40-1,60), parzialmente visibile, essendo stato obliterato dalle strutture quattrocentesche del palazzo. Il pavimento di questo ambiente conserva un mosaico molto lacunoso con fasce nere e bianche alternate e file di crocette di tessere nere su fondo bianco, interessato già in antico da interventi di restauro realizzati con tessere di differenti dimensioni e integrazioni in cocciopesto.

Tratto da Archeologia Macerata.

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