Città di Cingulum

L’attuale Cingoli, sorta sulla sommità di una collina a 631 m s.l.m. nell’alta valle del fiume Musone, non ha mai perso nel toponimo la continuità con la sua prima origine: Cesare stesso, ricordando la sua vittoriosa avanzata nel Piceno menziona Cingulum città fondata e fortificata da Tito Labieno (oppidum quod Labienum constituerat et exaedificaverat) e ricorda il contributo in uomini che essa aveva dato al partito cesariano nella guerra civile. Due cippi di calcare, recanti uno la trascrizione e l’altro la traduzione di questo passo, sono oggi collocati presso l’imbocco orientale della città, per ricordare a chi giunge quel lontano ed illustre fondatore.
Tito Labieno ebbe nel mondo antico un peso di notevole rilievo come comandante militare: come legato di Cesare nelle Gallie, nel 52 a.C. combatté e sconfisse i Parisi (gli abitanti di Lutetia, la futura Parigi) e con le ricchezze accumulate in Gallia realizzò in favore della sua città natale le iniziative di cui Cesare fa menzione. Passato poi da Cesare a Pompeo, partecipò con ruoli di comando alla battaglia di Farsalo e, sconfitto con i Pompeiani, morì in battaglia a Munda (45 a.C.).
Il territorio di Cingoli, stando alle fonti archeologiche, era già abitato dai Romani almeno dalla seconda metà del III sec. a.C., mentre nel VI sec. la città era ancora sede diocesana: si ha notizia di un Giuliano, vescovo cingolano, che sottoscrisse con altri vescovi la Condanna dei tre capitoli voluta dal papa Vigilio in esilio a Costantinopoli (553). Durante l’invasione longobarda la città perde sempre più di importanza e il territorio è smembrato dalla linea di confine tra la Pentapoli e il ducato di Spoleto, la città perde la sede vescovile e il suo territorio è annesso in gran parte alla diocesi di Auximum e per il resto a quella di Camerinum.
La città romana occupava il ripiano di Borgo San Lorenzo, a nord-est rispetto al centro medievale e attuale, su un livello altimetrico leggermente inferiore.
Ancora visibili sono due tratti delle mura romane, in corrispondenza verosimilmente di due porte che, sul cardo maximus e sul decumanus maximus, costituivano gli ingressi principali alla città. Il tratto più consistente, con le fondazioni di una torre circolare, è conservato dietro alla casa cantoniera posta all’incrocio della statale 502 con la provinciale per Macerata; un altro tratto, ortogonale al precedente, è ancora visibile lungo la suddetta strada per Macerata, alla sinistra di chi sale in città, in gran parte ridotto al solo nucleo cementizio.
Materiale romano di reimpiego è facilmente riconoscibile nella parete nord della antica Chiesa di San Lorenzo, dalla quale il Borgo prende nome. Nella parete opposta si nota una stele funeraria risalente al I sec., anch’essa riutilizzata. Blocchi di calcare e di arenaria, presumibilmente d’epoca romana, si scorgono, in collocazione di reimpiego, in molti degli edifici più antichi del centro medioevale. L’area della città antica divenne nelle epoche successive una vera e propria cava di materiale da costruzione: si segnalano i blocchi nella torre del cassero, nella parete est dell’antica pieve di Santa Maria (Chiesa di San Filippo), nella base di una presunta antica torre in Via Alberici-Bonifazi e negli stipiti della porta dello Spineto.
Più consistenti sono i materiali presenti in un tratto della parete destra esterna della Chiesa di Sant’Esuperanzio, tanto che per lungo tempo si è ipotizzato che essa fosse appartenuta ad un edificio d’epoca romana inglobato dalla costruzione successiva. Scavi recenti hanno dimostrato l’infondatezza di questa ipotesi ed hanno rimesso in luce, alla profondità di qualche metro, una struttura circolare, oggi visibile sotto una spessa lastra di vetro, riguardo alla quale è stata avanzata l’ipotesi che si tratti di un antichissimo fonte battesimale, riferibile ai primi secoli del Cristianesimo.
Non è dunque possibile riconoscere nella struttura della città, che continua a vivere fino ai nostri giorni, tracce consistenti dell’antichità; occorre però considerare che nell’area dell’oppidum non sono mai stati eseguiti scavi sistematici per rimettere in luce le strutture sepolte. I ritrovamenti sul terreno sono per lo più casuali e si tratta di materiali rinvenuti in occasione di scavi fatti con finalità diverse dalla ricerca storica. In occasione della costruzione dell’attuale strada provinciale Cingoli-Macerata, alla fine del XIX secolo, furono rinvenute, oltre ad un tesoretto di monete oggi andate disperse, la maggior parte delle iscrizioni che troviamo conservate nel locale Museo Archeologico.
Nel territorio comunale sono stati individuati i resti di alcune ville rustiche e di numerosi insediamenti produttivi di epoca romana, ma in nessun caso, tranne che a San Vittore, emergono strutture edilizie di una certa consistenza.

Tratto da Archeologia Macerata.

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