La pecora

Nella seconda metà dell’Ottocento la razza di pecora maggiormente diffusa in provincia era la cosiddetta “vissana” di media corporatura, con lana non troppo lunga che lasciava scoperte la testa e le zampe. Esisteva anche quella cosiddetta “sopravissana”, di taglia più grande, in grado di produrre una maggiore quantità di lana e di latte. Tralasciando le greggi che periodicamente transitavano per il territorio attraverso tratturi di antichissima origine, dirette ora verso la montagna ora verso il mare, esisteva un nucleo di ovini che stanziava nella zona collinare o nella pianura verso il mare. Si può dire che non ci fosse casa colonica sfornita di uno o più capi che, in genere, facevano fronte al fabbisogno familiare e, poiché il loro allevamento non comportava né costi né particolari cure, gli ovini in genere costituivano una fonte di reddito abbastanza generosa che andava a sostenere la modestia delle entrate del nucleo familiare contadino.
La produzione di formaggi era molto apprezzata per la particolare qualità. Giacomo Leopardi da Bologna molte volte scrive a casa per ringraziare il padre dei formaggi che gli mandava su sua richiesta: “[…] Il dono che Ella mi manda mi sarà carissimo, e mi servirà per farmi onore con questi miei amici, presso i quali trovo che l’olio e i fichi della Marca sono già famosi, come anche i nostri formaggi, che qui si stimano più del parmigiano, il quale non ardisce di comparire in una tavola signorile: bensì vi comparisce una forma di formaggio della Marca, quando se ne può avere, che è cosa rara.” (8 febbraio 1826).

Tratto da “Dizionarietto delle Tradizioni e del Mangiare” del sito della Comunità Montana dei Monti Azzurri.

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