Il saltarello

Il saltarello era la danza più diffusa tra quelle presenti nelle Marche. Di origine molto lontana ed oscura, pur essendo una danza estremamente vivace, conservava una inaspettata compostezza nelle figurazioni e negli atteggiamenti dei ballerini. Si ballava ogni volta che l’occasione ne forniva il pretesto. Così a conclusione della mietitura, della trebbiatura, della scartocciatura si aprivano le danze sull’aia, accompagnati dal suono dell’organetto (l’urghinittu) mentre il tempo veniva scandito dal tamburello (ciàmpanu o ciantìmmulu). Le figure caratteristiche erano tre: nello spondapé il ballerino (lu vallirì’) era al centro mentre batteva i piedi in evidente atteggiamento di ammirazione della ballerina (la vallirìna) che gli danzava velocemente intorno appoggiandosi sulle punte. Nella seconda figura, lu filó, i ballerini si avvicinavano e, affiancati, continuavano a pestare i piedi sul ritmo della melodia facendo alcuni passi avanti e tornando poi al punto di partenza. Lu jiru, il “giro” – detto anche lu fru – era la terza figura: in essa ci si rincorreva vorticosamente in circolo.
Il saltarello era danzato da una coppia alla volta. La donna teneva le mani sui fianchi o sollevava con eleganza lievemente la gonna. Quando danzava la padrona di casa (la vergara), i ballerini, senza distinzione d’età, si alternavano nel ballare con lei. In effetti il saltarello era danzato da tutti indipendentemente dall’età e non era insolito il caso che proprio i ballerini più avanti negli anni si mettessero in evidenza per agilità, resistenza e bravura.

Tratto da “Dizionarietto delle Tradizioni e del Mangiare” del sito della Comunità Montana dei Monti Azzurri.

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