Il matrimonio

Nei primi anni dell’800, come certamente anche prima, si giungeva alla celebrazione del matrimonio attraverso una serie di momenti ben definiti che costituivano un preciso rituale. I giovani, dunque, ricevevano il consenso dai rispettivi genitori tramite la mediazione di una persona che prendeva il nome di “domandatore”; data “la parola”, fatta, cioè, solenne promessa, si compilava, su esplicita richiesta dei parroci, l’inventario della dote e del corredo della sposa. Letta e confermata la lista, chiamata “parentato”, lo sposo stringeva la mano (cerimonia del “toccamano”) a tutti i parenti della sposa sistemati in cerchio per garantire la serietà delle intenzioni. Il giorno successivo una giovane nubile della famiglia dello sposo portava i regali alla sposa tra i quali spiccava una focaccia la cui grandezza era proporzionata alle possibilità economiche della famiglia dello sposo. Un festino a casa della futura sposa concludeva questa prima parte del rituale.
Qualche volta tra il momento della stipula del contratto e le nozze vere e proprie passava, secondo i parroci, un tempo eccessivo per cui alcuni di loro, nel corso delle funzioni religiose sollecitavano il fatidico giorno. Si riporta nell’Inchiesta napoleonica del 1811 ciò che raccomandò un parroco nella sua omelia a proposito di due fidanzati che, a suo parere, avevano fatto trascorrere troppi giorni: “Questo lento indugiare le nozze dopo il “parentato”, popolo mio, non mi piace. Come dunque accaparrata la vitella, la vi menate a casa affinché non divenga vacca, così fate pur della sposa, perché non divenga altrettanto.”
Le nozze si celebravano in genere il giovedì: lo sposo, avvolto dall’ampio mantello anche in presenza del solleone, con pochi congiunti andava a prendere la sposa che lo seguiva fino in chiesa. Poi si trasportava la dote e nella domenica successiva lo sposo ritornava con solennità a prendere definitivamente la sposa. In questa occasione la comitiva era numerosa e lungo la via si sparavano colpi di pistole e di fucili in segno di allegria. Tutti erano invitati a pranzo in genere, a casa della sposa. In alcuni luoghi alla fine del pranzo era tradizione lanciare confetti con tanta forza da rompere molte stoviglie e più di una testa. Al termine di questa cerimonia, la sposa riceveva le congratulazioni sulla soglia della sua camera. Aveva da un lato un canestro contenente delle camicie e dall’altro un bacino dove ciascun parente o conoscente gettava una moneta ricevendo come compenso una delle camicie che, in altri luoghi, erano sostituite da più economiche ciambelle. Alla sera del matrimonio si organizzava un gran ballo che si protraeva fino a tardi ma al mattino la sposa doveva alzarsi per prima, all’alba, per lavare i piatti. Poi, per otto giorni, se ne sarebbe stata a casa poiché le convenienze le vietavano di uscire.
Alcuni aspetti di questo rituale si sono perpetuati nel tempo fino agli anni ’50 del Novecento. Forse il più importante era quello che consisteva nello straportà la cammera de la spusa, ovvero il trasferimento del corredo da casa della sposa a quella dello sposo. Il protagonista era ancora una volta il biroccio, tirato a lucido e trainato da buoi ornati da fiocchi, nappine, specchietti e campanelli. Il carico consisteva nella cassa contenente il corredo alla quale successivamente si aggiunsero il comò, la specchiera, l’armadio, le lenzuola, le federe, lu pajacciu, cioè il materasso riempito di foglie scelte di granturco, ecc.
Dalla cassa, lasciata volutamente semiaperta, fuoriuscivano le lenzuola ricamate, mentre appoggiate su quella e sul comò facevano bella mostra le coperte più belle. Il suono dei campanelli richiamava la curiosità di quanti abitavano lungo strada che si avvicinavano per osservare e, naturalmente, per criticare.
Giunti a casa dello sposo, due donne – e non tre perché il numero avrebbe portato sfortuna – ordinavano la camera facendo il letto mentre la sposa non doveva intervenire per evitare il malocchio.
In tempi più recenti, il matrimonio si celebrava di sabato o di domenica. Il giovedì successivo gli sposi andavano a pranzo dai genitori di lei: si diceva allora che la sposa “andasse a riprendere la lingua”. Intimidita, infatti, dalla presenza dei suoceri, in quei primi giorni si era assai limitata nel parlare, azione che poteva finalmente compiere con tutta la libertà a casa dei suoi, durante il pranzo.
E proprio il pranzo era un altro momento importante, se non altro per chi vi partecipava. Per la verità tali occasioni conviviali ufficiali erano due, una quando si portava via il corredo della sposa, l’altra nel giorno del matrimonio. In queste due manifestazioni le famiglie degli sposi davano prova di grandezza, talvolta al di sopra delle possibilità, per non sfigurare gli uni agli occhi degli altri. Da non dimenticare, inoltre, che una settimana dopo, quasi a risarcire la famiglia della sposa delle spese sostenute per il pranzo di nozze, il banchetto nuziale veniva ripetuto a casa dello sposo.
Si mangiava nelle varie stanze della casa su tavole appoggiate su cavalletti o su sostegni improvvisati; più recentemente il pranzo veniva preparato sull’aia, nella cappanna o al di sotto di un grande tendone allestito con pali e teloni impermeabili chiesti in giro a parenti ed amici. L’aiuto dei vicini si manifestava anche nella preparazione delle portate: le donne più esperte cominciavano già alcuni giorni prima dell’evento a preparare i cibi che potevano essere conservati senza danno, impegnandosi quasi, tra di loro, in una competizione culinaria.
E il pranzo era veramente pantagruelico: si cominciava con l’antipasto costituito da ciauscolo, prosciutto, lonza, salsicce, anche di fegato. Qualcuno, più recentemente, aggiungeva crostini di pane con maghetti di pollo tritati a somiglianza del pâté de foie gras. Seguivano le minestre in brodo: li straccitti, cioè la stracciatella, talvolta i passatelli, in alcuni casi anche i cappelletti. Poi i secondi come l’apprezzatissima galantina, cioè gallina disossata e farcita, la gallina bollita con contorno di verdure cotte (cicoria, bietola, e altre, a seconda della stagione). Si tornava di nuovo ai primi, questa volta “asciutti”: vincisgrassi prevalentemente, cotti nel forno a legna, ma anche tagliatelle al sugo. Quindi si faceva spazio alla frittura mista cui si associavano verdure fritte quali zucchine, fiori di zucche, carciofi, anche in questo caso a seconda della stagione. Seguiva l’arrosto misto di pollo, agnello, faraona e i piccioni ripieni, il tutto accompagnato da insalata. Spesso compariva anche il coniglio in porchetta. Infine il dolce: zuppa inglese con pan di spagna fatto in casa e crema pasticcera, bianca, o gialla, o al cioccolato. C’era anche abbondanza di paste secche, all’anice o al vino o all’ammoniaca. Per concludere, il caffè, preparato in grandi cuccume. Al termine del pasto si apriva la botticella di vino cotto che era stata riempita al momento della nascita dello sposo e lasciata appositamente per questa festosa occasione.

Tratto da “Dizionarietto delle Tradizioni e del Mangiare” del sito della Comunità Montana dei Monti Azzurri.

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