Allevamento del baco da seta

L’allevamento del baco da seta faceva parte della tradizione, agricola o cittadina, della nostra zona. Era un modo abbastanza semplice per guadagnare una discreta somma di denaro che poteva essere impiegata per soddisfare qualche necessità domestica come, ad esempio, l’acquisto delle stoffe per la realizzazione del corredo di una delle ragazze. Modo semplice ma non per questo poco pittoresco se non altro per quelle famiglie che non disponevano di locali adatti. Insomma ci si ingegnava in tutti i modi a tal punto da sistemare sopra i letti i graticci sui quali poi avrebbero vissuto i bachi.
È facile immaginare quali fossero le condizioni igieniche!
E le donne tenevano – come se non bastasse – per un certo tempo le uova sotto il cuscino o sotto i materassi e, per affrettare il momento in cui si sarebbero schiuse, le mettevano in seno, avvolte in un panno bianco. In genere erano proprio le donne che gestivano l’attività fin dall’inizio comprando, se non ne disponevano, le foglie del gelso. E andavano esse stesse a raccoglierle, a “fa’ la fronna”, come si diceva. Le foglie sarebbero state pagate, poi, quando i bozzoli fossero stati venduti: “Se va vene li vaci, / paghimo la fronna” si aggiungeva scherzosamente e la frase ha assunto il tono ed il significato di un proverbio che sta a indicare che un debito sarà saldato solo dopo il buon esito dell’affare. I bozzoli, venduti nei mercati cittadini, venivano poi trattati nelle filande, presenti in quasi tutti i paesi, che of-fri-vano lavoro a molte donne e che nella zona costituiscono una delle prime forme di attività industriale.
“Per San Vitu / ogni vaciu se n’è jitu” recitava un proverbio, alludendo al fatto che, il 15 giugno, festività di s. Vito martire, si concludevano tutte le attività relative ai bachi da seta.

Tratto da “Dizionarietto delle Tradizioni e del Mangiare” del sito della Comunità Montana dei Monti Azzurri.

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