Agricoltura dei Monti Azzurri

agricolturaNel territorio della Comunità Montana dei Monti Azzurri caratterizzato dalla presenza quasi eslcusiva di colline, l’agricoltura in passato è stata pressoché l’unica attività produttiva; nella maggior parte dei casi il podere era gestito a mezzadria e la comunità familiare che lo curava era guidata dal vergaro o capoccia che era anche il responsabile del contratto stipulato con il proprietario del fondo e che pertanto assegnava i compiti nell’ambito del nucleo familiare. La moglie, la vergara, organizzava il gruppo delle donne, aveva la cura della casa, dell’orto e degli animali da cortile. Ma quando si dovevano compiere i grandi lavori ciclici, quelli che segnavano l’anno e l’attività agricola – mietitura, battitura, vendemmia, semina, ecc. – cadeva ogni distinzione fra i sessi ed ognuno era tenuto a fare quanto era al momento necessario. Rilevante, in queste occasioni, l’apporto in lavoro delle famiglie dei poderi vicini in una forma di reciproca collaborazione.
La coltivazione del fondo era basata sulla rotazione prevalentemente biennale per il grano e quadriennale per il mais con dovute eccezioni. Inoltre esisteva – ed esiste tuttora – la volontà di rendere il podere un’entità autosufficiente o almeno quanto più possibile autonoma, coltivando in piccole superfici la maggior varietà di piante, dalla frutta agli ortaggi, dalla vite alle coltivazioni primarie di grano e mais, al foraggio per gli animali da lavoro e da latte. Le colline recano ancora, anche se ormai in forma parziale, le tracce di questi criteri identificabili proprio attraverso l’aspetto esteriore della loro superficie dove le varie colture si riconoscono nelle diverse colorazioni visibili quasi per tutto l’anno.
Particolare cura ricevevano anche gli animali da cortile, primo tra tutti il maiale. La superficie del fondo doveva essere, almeno teoricamente, proporzionale al numero dei componenti della famiglia nel rapporto di 1:1, cioè una persona per ettaro. Dunque ad un podere grande doveva corrispondere una famiglia numerosa e ciò comportava che molte potessero essere le donne nubili. Ma, poiché era consuetudine che le donne maritate andassero ad abitare nella casa del marito, la nascita delle bambine veniva accolta con minore entusiasmo rispetto a quella dei maschi.
L’estensione del podere, nell’ambito dei criteri sopra esposti, assicurava un accettabile benessere derivante dall’adeguatezza delle risorse.
Nella vita del contadino c’erano momenti che richiedevano intensa fatica cui si poteva far fronte mediante un’adatta alimentazione: nelle circostanze prima ricordate, dato il rilevante dispendio di energie, era normale che ci si cibasse sei o sette volte al giorno, mentre d’inverno, quando le attività si cristallizzavano, i consumi si riducevano all’essenziale per la sopravvivenza.
Nonostante l’asprezza della vita, molti erano i contadini marchigiani che superavano gli ottanta anni a fronte di una durata media della vita nelle campagne di trentaquattro. Le cause di questa longevità – che nel 1871 superava quasi del doppio la media nazionale – potrebbero essere rinvenute in una alimentazione che, se aveva come base il mais, non trascurava l’uso di grassi animali, verdure, legumi, frutta e vino ed era caratterizzata da un apporto calorico proporzionale ai vari livelli di fatica. La genuinità dei cibi, che caratterizzava la produzione agricola di oltre un secolo fa, persiste ancor oggi nonostante l’apporto e le modificazioni della tecnologia perché si sono volute conservare la tipicità dei prodotti e la tradizione enogastronomica che fanno parte della cultura più profonda del Territorio dei piccoli incanti.

Tratto da “Dizionarietto delle Tradizioni e del Mangiare” del sito della Comunità Montana dei Monti Azzurri.

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